l’intelligenza degli elettricisti

Il cane che guarda la televisione

Novembre 11, 2009 · Lascia un Commento

2In genere i cani non guardano la televisione.

Per loro è un oggetto come un altro.

Il fatto che dentro questo oggetto si muovano delle immagini per loro è del tutto irrilevante.

Non credo che, impicito in questo atteggiamento, ci sia un giudizio sulla qualità dei programmi televisivi.

La tv, come direbbero gli inglesi, non è, in genere, la loro tazza di tè.

Naturalmente, poi, c’è qualche eccezione.

Come nel caso di Daisy, una bastardina di 14 anni che assomiglia molto ad un lasa tibetano, che vive con noi da 14 anni.

Daisy è una cagnetta molto intelligente.

E anche molto vispa.

Alle 7 del mattino comincio a sentire i suoi andirivieni sempre più veloci sul parquet. E’ il suo modo per farmi sapere che ha fame.

In genere sono sveglio da un po’. Qualche volta, però, quando la sera prima sono andato a letto molto tardi, mi farei un’altra oretta di sonno.

Ma Daisy non molla.
Ogni 3-4 minuti viene a controllare la situazione.
Impossibile dormire con quello scalpiccio costante.

Alla fine cedo, mi alzo, vado in cucina e preparo le ciotole.

Come per incanto, non appena, anche dal piano di sopra, sente la ciotola che tocca il pavimento, si materializza anche Cuba, una cagnetta di razza beagle di 8 anni ( non ci facciamo mancare niente in fatto di cani… come sanno alcuni dei miei 24 lettori).

Insomma, se Daisy fosse una sindacalista, Cuba sarebbe felice di pagare le quote del suo sindacato: nessuno potrebbe tutelare le sue istanze meglio di come lo fa la “sorella” maggiore.

Ma, come dicevo prima, la specialità di Daisy, è la sua passione per la tv.
Ma non una passione indifferenziata, intendiamoci.

Se fosse necessario darle un secondo nome, quel nome potrebbe essere Auditel.

4Daisy ha preferenze precise: le piacciono le storie d’amore. Le guarda con attenzione, come se capisse la trama. Segue i dibattiti di Ballarò e Anno Zero come se apprezzasse le argomentazioni dei contendenti
(mi piacerebbe conoscere il linguaggio dei cani per chiederle cosa pensi di Lodo Alfano, trans, escort: ma forse è un cane troppo intelligente per ritenere questi i veri problemi del paese…)

Ma non sopporta i quadrupedi: cani, cavalli, gatti, leoni, tigri ecc.

Il problema è che Daisy è un cane avvisatore, cioè uno di quei cani che ritengono di avere una missione: avvertire il padrone di QUALUNQUE cosa accada nell’ambito del loro “territorio”.

Così non appena in tv appare un quadrupede, Daisy si scatena e comincia ad abbaiare con tutto il fiato che ha in corpo.
Si alza sulle zampe anteriori e le appoggia al ripiano del mobiletto sul quale poggia il televisore e si mette ad abbaiare minacciosamente a quelli che a lei sembrano pericolosi intrusi.

Insomma, non so se si è capito, ma a casa mia non ci possiamo permettere di guardare nè “Lassie”, nè “Il commissario Rex”, nè un qualsiasi film western, nè un qualsiasi documentario sui leoni o le giraffe della savana.

Fino ad un paio d’anni fa, Daisy aveva un udito finissimo. Anche se si trovava al piano di sopra, sentiva la presenza degli” intrusi”.
Le bastava sentire non dico un latrato, ma anche un semplice uggiolio di un cane in tv per catapultarsi da basso, irrompere in salotto e mettersi ad abbaiare allo schermo.

111120092185Adesso scatena il putiferio solo quando vede le immagini, perchè è diventata completamente sorda.

La cosa mi dispiace per due motivi.

Il primo è legato al fatto che non assistiamo mai volentieri ai sintomi di declino in coloro che amiamo.

Il secondo risiede nel fatto che era una cagnetta ubbedientissima.

6Così adesso ho due cagnette disubbidienti: una lo è perchè è sorda, l’altra, Cuba, non ha obbedito una volta in vita sua ( ma quella dei tentatvi di dare un’educazione a Cuba è un’altra storia, come direbbe Carlo Lucarelli, ne parlerò un’altra volta…)

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Un romanzo di Antiniska Pozzi che sembra un film di Tarantino.

Novembre 8, 2009 · Lascia un Commento

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Caleidoscopio.

Sapete cosa succede quando guardate dentro uno di quei cilindri di cartone o di metallo con dentro tanti pezzi di vetro colorati?

Agendo sul meccanismo di rotazione del cilindro, modificate la disposizione di quei pezzi di vetro e appare ai vostri occhi un’immagine di volta in volta diversa e scintillante.

E’ questa l’impressione che ho ricevuto leggendo il sorprendente primo romanzo di una giovane scrittrice esordiente “DOVE VANNO LE IGUANE QUANDO PIOVE” di Antiniska Pozzi (Cabila Edizioni)

Al centro del romanzo stanno due storie di donne, che vivono a Milano : Olivia e Dora.

antiniska

La prima tornando un giorno a casa trova nel suo appartamento il cadavere di uno sconosciuto. Non presenta segni di violenza . Sembra semplicemente un uomo addormentato. Olivia si fa delle domande e cerca di darsi delle risposte :

Uno che dorme: sul pavimento di casa mia? Ma come è entrato? Hai lasciato la porta
aperta, Olivia..Poteva almeno mettersi sul divano! Ma se è morto? Poteva almeno morire sul divano…

Non è un morto di mia “competenza”, pensa Olivia, forse “appartiene” a qualcuno dei vicini.
Invece di chiamare la polizia, si mette in testa di andare dai vicini a chiedere se il morto, per caso, è loro.
Come se, invece di un morto, avesse scoperto nel suo soggiorno un gatto intrufolatosi per caso nel suo appartamento.
Decide quindi di andare a bussare alla porta di ognuno dei suoi condomini, entrando in contatto con storie e persone inattese.

Dora, la seconda protagonista del romanzo, è una precaria di trent’anni, che vive con un fratello che consegna le pizze a domicilio e che odia il genere umano.
Dora ha fatto un errore.
Ha letto “Il deserto dei Tartari”.

[..] ormai non riesce a tenere il culo sulla stessa sedia per più di tre mesi senza sentirsi lì, su uno degli avamposti della Fortezza Bastiani. Si sente che la stanno fregando perchè non arriverà nessun Tartaro, nessuno, e allora lei non ci resta alle dipendenze di quell’idiota del signor Bellasi, che non sa neanche cos’è, lui, la Fortezza Bastiani.”

Fosse un verbo, Dora sarebbe un condizionale . Vorrebbe scrivere un libro “come la metà degli abitanti del pianeta terra”, ma in cuor suo spera “che gli arrivi a casa uno di questi giorni già pubblicato e anche impacchettato con i compliementi dell’editore”

Dora desidera continuamente fare qualcosa che non ha il coraggio di fare. Tipo non ripresentarsi in ufficio dopo la pausa pranzo, lasciando sulla sua scrivania, a mo’ di ultimo messaggio per il suo deprimente capo ufficio un bel disegno “con un gran bel dito medio alzato che svetta su una mano chiusa a pugno.”
Mentre si inebria in questa fantasticheria e si gasa nei confronti del suo capo, insultandolo mentalmente ( “stronzo incravattato”, “sottospecie di decerebrato”) riceve una telefonata proprio da lui e così gli risponde:

“Pronto ? Buon giorno, signor Bellasi, mi dica. Sì d’accordo, lo faccio subito. A dopo”.

E sì che tra i suoi sogni di donna un po’ Fantozzi, un po’ Malussene c’è anche questo, che confida al fratello :
“Quando squilla il telefono immagino di rispondergli “Stronzo?” con l’intonazione con cui direi “Pronto?”. Poi non lo faccio, per fortuna, ma fino all’istante prima in cui apro la bocca per emettere suono sono sicura che glielo dirò! Un incubo, non posso andare avanti così…”

Ma la stralunata Olivia e la velleitaria Dora non sono che le prime attrici del romanzo.

Perchè, come ho detto sopra, il libro è un caleidoscopio.

Non solo ci sono infinite variazioni di registro, ma appaiono sempre nuove figure, descritte in maniera incisiva e vivacissima.

Come l’antropologo Victor Luiz Pereira, vicino di casa di Olivia, che fuma cinquantanove sigarette al giorno, la cui casa sembra “un tempio in rovina” con le cataste di libri che oscillano dappertutto, pronte a sgretolarsi al primo tocco.

“Victor Luiz Pereira ha i capelli bianchi e gli occhi verdi. E’ l’uomo più vanitoso della città [...]
Ogni mattina si alza alle sette, si schiarisce la voce, si accende la prima Belmont della giornata e pronuncia un nome di donna, dicendo: ‘è un buon nome per il mio romanzo’. Quasi sempre è il nome della donna che la sera prima lo ha accompagnato a casa”

Oppure come Arda Cavallini, la “grassa locandiera” del Caimano Triste, il caffè frequentato da Victor.

“…Una donna d’altri tempi, sebbene non sia chiaro quali. Ha polpacci che sembrano lì lì per esplodere, trattenuti dalle calze a rete grossa, rigorosamente bianche, come la camicetta con le maniche a sbuffo, che la fa sembrare una Biancaneve grassa, espansa, dalla consistenza della pasta del pane.[..] Cammina instancabile su e giù per la cucina, ancheggiando pericolosamente come solo certe femmine sanno fare[...] E’ una donna con molte attrattive: le mani corte sempre infarinate e imburrate, il grembiule strizzato sul seno sconfinato e quel nome quel nome …Arda. Una sirena erotica, un nome grasso, rotondo, da affondarci dentro la testa”.

Ma ci sono anche una centenaria dai poteri paranormali, tre fratelli malavitosi, un decoratore cileno che nasconde un segreto nella vasca da bagno…

anti2Non so se il libro si trovi in tutte le librerie, ma se non lo trovate, ordinatelo via internet.
Credo che ne rimarrete sorpresi, divertiti, deliziati.

“Dove vanno le iguane quando piove” è un romanzo, colorato, rumoroso, imprevedibile, molto “cinematografico”.

Una lettura diversa dalle solite, ma anche, grazie ai suoi continui cambi di registro e al linguaggio, una piccola lezione di stile.

 

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A brigante brigante e mezzo ( misteriosa morte di Salvatore Giuliano)

Novembre 2, 2009 · 1 Commento

Salvatore GiulianoL’uomo che vedete qui a fianco è il bandito Salvatore Giuliano
L’immagine che vedete qui sotto,è invece un fotogramma del bellissimo film a lui dedicato da Francesco Rosi, “Salvatore Giuliano”.

La scena che rappresenta è quella della misteriosa morte del bandito , avvenuta a Castelvetrano ( PA) nella notte del 5 luglio del 1950.

Ma chi era Salvatore Giuliano?

Nato bel 1922 a Montelepre, figlio di un agricoltore, che, dopo anni di immigrazione negli Stati Uniti, era riuscito a tornare in paese e a comprarsi diversi pezzi di terra, non appena finite le elementari, comincia a dare una mano al padre nella coltivazione di questi terreni.

salvatore giuliano morto
La sua latitanza inizia il 2 settembre del 1943 quando, fermato ad un posto di blocco mentre trasporta due sacchi di frumento caricati su un cavallo, si vede sequestrati cavallo e frumento

Approfittando di un momento di distrazione dei militari che lo hanno fermato, tenta di allontanarsi, ma è raggiunto da due colpi di moschetto.

Nonostante le dolorose fitte al fianco, il giovane pesca un vecchio revolver dalla sua calza destra e fa fuoco.

Il colpo, sparato senza particolare convinzione ( Giuliano, allora, non aveva grossa pratica delle armi, nè era un tiratore scelto) si conficca nel cuore di un carabiniere di 24 anni, che morirà il giorno dopo all’Ospedale Militare di Palermo.

salvatore Giuliano2Salvatore, pur ferito, riesce ad infilarsi in un bosco di canne, scomparendo alla vista degli agenti superstiti che preferiscono non rischiare la vita inseguendolo.

Qualche tempo dopo, nel dicembre dello stesso anno, un battaglione di 800 carabinieri arriva a Montelepre con l’unico scopo di catturarlo.

I militari fermano il padre di Giuliano e lo trascinano, spintonandolo e malmenandolo per tutto il paese.
E’ evidente che lo stanno usando come un’esca.

Salvatore, nascosto nella torre campanaria, assiste alla scena, riconosce il padre e non può fare a meno di intervenire. Spara una scarica di mitra, uccide un carabiniere e ne ferisce gravemente altri due.

Gli sparano da tutte le parti, ma resta illeso e , incredibilmente, riesce ad allontanarsi dal paese.

giulNegli anni successivi diventa il leader indiscusso di un gruppo criminale dedito a rapine e taglieggiamenti.

Dal 1945 le sue imprese acquistano anche una forte coloritura separatistica grazie ai contatti con il Movimento Indipendentista Siciliano (MIS).

Spinto da esponenti dell’intelligence U.S.A. nell’E.V.I.S. (Esercito Volontario per la Indipendenza Siciliana) riceve il grado di colonnello.

Nel 1946, per disinnescare il rischio di una pericolosa eversione, De Gasperi promette ampia autonomia all’isola e promuove un’amnistia.

I capi del Movimento Indipendentista decidono di rientrare nella legalità e di partecipare alle elezioni per il parlamento nazionale.

giuliano-turiddu-turi-salvatoreI reati commessi da Giuliano e dalla sua banda non rientrano, però, tra quelli compresi nell’amnistia.
Il bandito scrive una lettera aperta al capo del Governo proclamandosi il Robin Hood della Sicilia: “Continuerò a togliere ai ricchi per dare ai poveri”.

Nel 1947 Giuliano e la sua banda diventano protagonisti della prima strage dell’Italia repubblicana.

Alcune migliaia di abitanti di San Cipirello, Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato sono riunite a PORTELLA DELLA GINESTRA per le celebrazioni del primo maggio e per festeggiare la vittoria dei partiti di sinistra nelle elezioni regionali del 20 aprile nelle quali la coalizione PSI – PCI aveva conquistato 29 rappresentanti (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata al 20% circa).

All’improvviso, a pochi secondi dall’inizio della manifestazione, mentre sta parlando il calzolaio Giacomo Schirò, segretario della sezione comunista di San Giuseppe Jato, si sentono alcune raffiche di mitra.

portella delle Ginestre

La folla all’inizio pensa ad un festeggiamento a base di mortaretti, poi vede cadere le prime persone e capisce che sta accadendo ben altro.

Alla fine della mattinata si contano 11 morti ( tra i quali 2 bambini) e 27 feriti.

Il ministro dell’interno Mario Scelba dichiara che non si tratta di un delitto politico.

portella

Solo 4 mesi più tardi si scopre che a sparare è stata la banda Giuliano.
Quest’ultimo, in una lettera del 1949, indirizzata a giornalie polizia, rivendica il motico politico della strage , ma evita di citare mandanti e ispiratori del crimine, nella speranza che questi lo aiutino ad espatriare.
[Si i è parlato a lungo di una strage ordinata a "Turiddu", attraverso l'intermediazione della mafia, da personaggi politici, agenti governativi ed esponenti dei servizi segreti italiani e americani, ma dai processi che si svolsero sulla vicenda si uscì solo con la condanna degli esecutori della strage; non solo non vennero individuati i mandanti, ma si escluse anche il movente politico].

Giuliano negli anni successivi sfugge alla cattura, grazie alla sua conoscenza del territorio e ad una rete di amicizie e di omertà.

Ma è ormai diventato un personaggio scomodo per i suoi sponsor e mandanti.

Il 5 luglio del 1950 viene ucciso a Castelvetrano in provincia di Trapani nel corso di un conflitto a fuoco con la polizia.

Ma niente è come sembra…

Lasciamo la parola ad un cronista leggendario dell’epoca, Tommaso Besozzi .

Ecco cosa scrive sull’Europeo- sotto il titolo “Di sicuro c’è solo che è morto”- su quel cadavere in canottiera riverso sul selciato di un cortile:

giulianomortovero

“Perchè Giuliano non aveva un soldo addosso?
Perchè portava una semplice canottiera, lui così ambizioso e,a suo modo, elegante?
Perchè non aveva l’orologio al polso, quel grosso cronometro d’oro per il quale aveva una bambinesca affezione e, lo hanno testimoniato in molti, era l’unica cosa che si togliesse coricandosi, la prima che cercasse al risveglio?
C’erano poi altri particolari che alimentavano il dubbio e, apparentemente, con maggiore evidenza: alcune ferite, specie quella sotto l’ascella destra, sembravano tumefatte come se risalissero a qualche tempo prima, altre erano a contorni nitidi e apparivano più fresche.
Due o tre pallottole lo avevano raggiunto al fianco e avevano prodotto quei fori grandi a contorni irregolari tipici dei colpi sparati a bruciapelo; altre erano entrate nella carne lasciando un forellino minuscolo perfettamente rotondo.
Il tessuto della canottiera appariva intriso di sangue dal fianco alla metà della schiena, e sotto quella grossa macchia, non c’erano ferite. Era logico pensare che il CORPO DEL BANDITO ANZICHE’ BOCCONI, FOSSE RIMASTO PER QUALCHE TEMPO IN POSIZIONE SUPINA, PERCHE’ TUTTO QUEL SANGUE DOVEVA ESSERE SGORGATO DALLE FERITE SOTTO L’ASCELLA E CERTAMENTE ERA SCESO, NON POTEVA ESSERE ANDATO IN SU”

giuliano1

Qualche mese più tardi, nel 1951, Tommaso Besozzi, in un altro numero dell’Europeo dà una risposta alle sue domande. Il tono questa volta è perentorio:

“Salvatore Giuliano è stato ucciso a tradimento, nel sonno; e il suo corpo è stato portato più tardi nel cortile di via Mannone per la messa in scena finale.
Il Capitano Perenze ha sparato su un cadavere”.

Chi è che ha ucciso Giuliano nel sonno?

Secondo alcuni Gaspare Pisciotta, suo cugino, che dormiva quella notte con lui. Ma esiste anche un’altra ipotesi: che a freddare Giuliano sia stato un giovane killer di Cosa Nostra, Luciano Liggio, al quale Pisciotta si sarebbe limitato ad aprire la porta.

Una cosa appare certa, a distanza di anni: il bandito non è stato ucciso nel corso di uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine, è vittima di un delitto su commissione, eseguito con la promessa dell’impunità.

Promessa che poi non viene mantenuta, a causa degli scoop dell’Europeo che smascherano la messa in scena dei carabinieri.
Mentre i carabinieri, finiti nell’occhio del ciclone, cercano di proteggere la clandestinità di Pisciotta, la polizia si mette di traverso e il 5 dicembre 1950 arresta Pisciotta.

Al processo sulla strage di Portella della Ginestra, iniziato a Viterbo il 12 giugno di quell’anno, quando lui era ancora latitante, ammette di aver sparato a “Turiddu”.

Lo fa in un documento affidato al suo avvocato, in cui , tra l’altro c’è scritto:

“Avendo io personalmente concordato con il ministro degli Interni Scelba, Giulianio è stato ucciso da me”

Pochi giorno dopo il colonnello dei carabinieri Luca, appena promosso generale, ammette in un’intervista di essersi servito di Pisciotta per catturare Giuliano, ma non specifica che fu proprio lui a uccidere il cugino.


Pisciotta, fuori di sè, chiede la parola dalla gabbia dell’Assise di Viterbo e lo smentisce.
E’ il 16 aprile del 1951.
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Davanti ad una folla di giornalisti, fa i nomi dei mandanti della strage e racconta per filo e per segno incontri e trattative fra banditi e uomini delle istituzioni, con tanto di promesse di impunità.

“Banditi, mafia e carabinieri eravamo tutti come una cosa sola, come la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo”, urla.

E aggiunge: “Io ho liquidato Giuliano senza alcun vantaggio materiale. Chiedo che Luca venga a deporre:voglio vedere se riuscirà a dimostrare di avermi dato una sola lira dei 50 milioni della taglia.Sono un bandito, signori, ma un bandito onesto!”

Condannato all’ergatolo con altri 11 per la strage di Portella Della Ginetra – la sentenza di primo grado è del maggio 1952- Pisciotta chiede, nel febbraio del 1954, di parlare con un magistrato.

L’allora sostituto procuratore Pietro Scaglione va a trovarlo in carcere. Pisciotta gli comunica la sua decisione di smascherare una volta per tutte i mandanti della strage.
Il magistrato gli dà un appuntamento al giorno successivo, quando tornerà con un cancelliere per verbalizzare il tutto.
La mattina dopo Pisciotta muore nella sua cella all’Ucciardone per una dose di stricnina versatagli da qualcuno nel caffè o, molto più probabilmente, nella medicina che è solito prendere per la tubercolosi.

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Chiudo citando un grandissimo scrittore.

Ecco cosa scrive, nel 1974 nel suo NERO SU NERO:.

“Chi non ricorda la strage di Portella della Ginestra, la morte del bandito Giuliano, l’avvelenamento in carcere di Gaspare Pisciotta? Cose tutte, fino ad oggi, avvolte nella menzogna. Ed è da allora che l’Italia è un Paese senza verità.
Ne è venuta fuori una regola: nessuna verità si saprà mai riguardo ai fatti delittuosi che abbiano, anche minimamente, attinenza con la gestione del potere”

“Lo stato- dirà in un’altra successiva circostanza sempre Sciascia- non può processare se stesso”

giulianomorto1[1]

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Ritratti

Ottobre 28, 2009 · Lascia un Commento

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L’autogol del lodo Alfano

Ottobre 28, 2009 · Lascia un Commento

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Confermata la condanna a 4 anni e sei mesi di reclusione per David Mills, l’avvocato inglese accusato di essere stato corrotto dal premier.

Il deposito delle motivazioni della sentenza è previsto nel giro di due settimane, dopo di che nei trenta giorni successivi la difesa di Mills depositerà il ricorso in Cassazione.

Tempi della Cassazione?

Probabile che una eventuale passaggio in giudicato della condanna a Mills si verifichi mentre è in corso il processo bis sulla stessa materia, quello che vedrà il premier sul banco degli imputati.

Il pasticcio del lodo Alfano, infatti, è questo.

Una volta promulgato il Lodo, il processo Mills, come noto, si era diviso in due tronconi.

Era andato avanti senza soluzione di continuità per l’avvocato inglese, si era interrotto per il premier.

Con il risultato che adesso dovrà iniziare ex novo per il Cavaliere, ovviamente con magistrati diversi da quelli fino ad oggi coinvolti nel primo troncone.

Ma con il rischio concreto, come ho detto sopra, che la Cassazionee renda nel frattempo definitiva la condanna di Mills.

Il nuovo dibattimento è difficile che vada in aula prima di dicembre.

Sulla carta, però, appare possibile che, in presenza di una eventuale decisione definitiva della Cassazione sulla stessa vicenda, i giudici decidano entro poche udienze.

Fiinchè la legge non verrà cambiata, infatti, le sentenze definitive nel nostro ordinamento hanno valore di prova.

A questo punto le strategie extragiudiziali del premier ( intese come leggi ad personam) potrebbero percorrere due strade, in alternativa l’una all’altra o in maniera congiunta.

La prima riguarda l’accorciamento dei tempi di prescrizione. Dopo l’annullamento del Lodo, la prescrizione ha ripreso a correre e scadrà tra venti mesi: impossibile arrivare a sentenza definitiva in un tempo così ristretto, ma i tempi per arrivare a decidere in primo grado ci sono tutti ( ed è quello che il premier vuole evitare).

La seconda riguarda il meccanismo di cui abbiamo parlato sopra, quello in base al quale le sentenze passate in giudicato costituiscono fonte di prova nel nostro ordinamento.

alfano anello al nasoInsomma, il Lodo Alfano è stato un pasticcio e un autogol.

Un pasticcio perchè di fatto consente due processi su una stessa vicenda con la possibilità di un reo condannato e del correo prescritto o assolto.

Un autogol perchè, pur garantendo di fatto la prescrizione all’imputato escluso dal processo rischia di buttargli tra i piedi una bomba: quella della condanna definitiva del correo nella stessa vicenda.

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In coda per le primarie.

Ottobre 26, 2009 · Lascia un Commento

E’ una bella giornata d’ottobre.

Usciamo di casa verso mezzogiorno: io mia moglie, mia figlia Giulia e la nostra cagnetta Cuba.

Il circolo del Pd di nostra competenza è vicino a Campo San Polo, in una piccola corte.

Quando arriviamo c’è una coda di un centinaio di persone.

Accanto a me c’è una …ragazza del secolo scorso che non vedevo da decenni.

Ci siamo conosciuti nel 1971. Era un ‘epoca in cui frequentavo l’università e facevo parte di una organizzazione che ancora esiste e si chiama “Universitari Costruttori”.
Passavo la gran parte delle vacanze estive a lavorare ( gratis) come muratore e carpentiere in alcuni cantieri che avevano come obiettivo la costruzione di case di riposo per anziani o di istituti di ricovero per disabili.

Quell’estate l’avevamo passata nello stesso campo di lavoro. Poi, chiuso il campo, ero andato un paio di volte a trovarla, perdendola poi di vista, anche perchè allora abitavo a Padova, mentre lei stava a Venezia.

Nel 1974 trovo lavoro a Venezia e mi trasferisco qui a poche centinaia di metri dalla mia amica.

Passano quindi 35 anni senza che ci capiti mai di incontrarci.

Ogni tanto mi capita di pensare a lei e di concludere che probabilmente si è trasferita in un’atra città ( a Venezia se si vive nello stesso quartiere è difficile non incontrarsi continuamente con le stesse persone e di conoscerle di vista un po’ tutte).

Invece, come mi comunica dopo il festoso…riconoscimento, è sempre rimasta in città.

E’ rimasta una donna bella ed effervescente , esattamente come me la ricordavo.( immodestamente aggiungo che, a riprova della mia “tenuta” rispetto all’inesorabile trascorrere del tempo, anche lei mi ha riconosciuto subito).

Ci mettiamo a chiacchierare, le presento mia moglie e mia figlia, poi passiamo a presentare tra loro le nostre due cagnette ( ne ha una anche lei).

A quel punto la responsabile del circolo mi avverte che le file sono 2 : una per i maschi e una per le femmine.

La fila delle femmine è molto lunga, quella dei maschi molto più corta.

Azzardo due ipotesi:1) il partito ha più simpatizzanti tra le donne 2) gli uomini si alzano prima e quindi sono già venuti nelle prime ore della mattina.

Propendo per la seconda ipotesi, cosa che Giulia censura subito con una battuta sarcastica sul mio maschilismo ( cosa avevo detto di male? boh!).

Comunque approfitto del fatto che la mia fila è molto più breve per lasciare mia moglie e la mia amica ( che subito si trovano simpatiche e fanno amicizia) e avanzare fino a raggiungere l’ultimo posto di coda tra i maschi.

Le due file sono parallele. Trovo al mio fianco una famosa giornalista di Repubblica, esperta di cinema e letteratura.
La sento mentre si sorprende della scelta delle due file ( probabilmente dovuta al fatto che gli scrutatori dispongono di due elenchi di votanti possibili divisi per sesso).

Le dico che la situazione mi ricorda un famoso stabilimento balneare di Trieste, in cui, dall’inizio del secolo scorso, le donne hanno uno spazio separato da quello degli uomini ( tra le due spiagge esiste un cancello di separazione attraverso le sbarre del quale le donne,verso l’una, consegnano ai mariti degli involti con il pranzo al sacco portato in spiaggia).

La famosa giornalista mi risponde che a lei, invece, questa doppia fila ricorda quella che caratterizza le code ai bagni pubblici negli aereoporti o nei teatri:

“Le code degli uomini- dice- sono sempre più corte perchè voi avete un design meno complicato del nostro”

Mi guardo in giro e constato che ci sono moltissime teste bianche: quasi tutti sono più anziani di me ( o meno giovanili? no, no, proprio più anziani).

Dipende dal fatto che abitiamo in una città di vecchi?
Oppure è il partito a mancare di appeal sui giovani?

Temo che quest’ultima sia la risposta più vicina alla verità. Anche perchè è vero che abitiamo in una città con una prevalenza di persone anziane e mature, ma i giovani ci sono, mica mancano del tutto.

Esco, dopo aver votato, e incontro un signore con il quale avevo attaccato discorso il giorno prima a Rialto, ad un incontro del PD vicino al mercato.

E’ un uomo tra i settanta e gli ottanta con i capelli bianchi che si appoggia ad un paio di stampelle.
Anche lui aspetta la moglie, che è ancora in coda.

“Per chi ha votato?” gli chiedo ( lo so già, ma voglio sentirglielo dire).

“Gneanca a chiederlo” risponde “Par Bersani. Xe l’unico!”

“E Franceschini?” gli chiedo.

“Massa democristiano, mi so’ de sinistra”

“E sua moglie?” lo incalzo.

“Ghe go dà do euri e ghe go’ dito de votar Bersani!”

“Decide lei anche per sua moglie?”

“E chi senò? Parlamose ciaro: ‘e done no capisse gnente de poitica!”

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Bersani a Dalla Chiesa: “Càndidati a Palermo”. La Bindi: “Fai il capolista”. Ma poi i ras locali fanno due liste (e senza di lui).

Ottobre 21, 2009 · Lascia un Commento

bersani-289x290Considero Bersani una ottima risorsa per il Pd.
All’inizio della competizione per la segreteria del Pd, lo consideravo anche un ottimo candidato alla leadership dell’opposizione.
Poi alcune sue scelte nella costruzione delle liste, più orientate alla conferma dei potentati locali che al rinnovamento, mi hanno fatto cambiare idea.
Pubblico qui un articolo di Luca Telese,  uscito stamattina su IL FATTO, che racconta un episodio di questa campagna che conferma una mia sensazione: nel Pd ci sono spinte al cambiamento, ma anche formidabili sacche di resistenza e conservazione.
E, a mio avviso, pur essendo una risorsa preziosa per il partito, Bersani non sembra avere la forza per valorizzare le prime e stroncare le seconde.
Ecco l’articolo di Telese:
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PRIMARIE ‍IN ‍SICILIA: I RAS ELIMINANO DALLA CHIESA
di Luca Telese

Questa, alla fine, è anche la storia di un anello e di una faida tra correnti.

La prima quella dell’anello, Nando Dalla Chiesa l’ha raccontata ‍in un bel libro – Album di famiglia: è la storia l’anello d’oro di suo padre Carlo Alberto, quello con lo stemma di famiglia.

Glielo riportarono dopo l’attentato: brunito per il sangue e per l’esplosione.

Quell’anello, che sua moglie Emilia fece ripulire senza dirgli nulla, oggi è sempre al suo dito.

Come un pegno, come una memoria, il simbolo di un legame forte con la ‍Sicilia che non si potrà cancellare mai.

A luglio durante un incontro della tavola antimafia, Pierluigi Bersani torna a parlargli di quel legame: “Non sarebbe bello se, proprio tu, tornassi ‍in ‍Sicilia per le ‍pri‍‍marie, per una candidatura simbolica   che possa dare un forte messaggio di antimafia?”.

Dalla Chiesa è incerto.

A ottobre anche Rosy Bindi, si fa sentire, più insistente: “Nando, deciditi. Candidati da capolista per la nostra mozione”.

Il dubbio di Dalla   Chiesa era questo: è stato parlamentare, per anni ha lavorato al Nord, nelle terre della Lega. E’ stato sottosegretario nel governo Prodi, adesso si occupa di mille cose nella “società civile”, a partire dalla sua casa editrice, La Melampo.

Ha senso impegnarsi politicamente a Palermo? Alla fine si convince: “Va bene, ci sarò. Ma non sarà una presenza simbolica: farò i comizi, dirò perchè è importante lanciare proprio oggi un nuovo messaggio di impegno sulla lotta alla mafia”.

Bersani e la Bindi sono entusiasti.

Sembra fatta.

Ebbene, pare incredibile, non è così.

La storia delle correnti inizia qui: dopo una feroce battaglia a livello locale, il figlio del generale, dirigente di lungo corso del Pd, non solo non sarà ‍in lista a Palermo.

Non solo non sarà capolista. Ma non potrà   nemmeno correre per l’Assemblea perchè (tagliato fuori all’ultimo minuto nella lotta fra i due contendenti della corrente Bersani a Palermo) non c’è stato più nemmeno il tempo tecnico per candidarlo altrove.

Sul web,ora, va ‍in scena la rivolta degli iscritti. Troppo tardi.

Così questa clamorosa esclusione merita di essere ripercorsa: è l’ennesimo tassello di un puzzle che non chiude, dei problemi del Pd al sud, delle mille lotte fra i signori delle tessere che alla fine condizionano i progetti dei leader.

La scelta di Bersani (e della Bindi) infatti, deve essere calata nella realtà locale.

E ‍in questa realtà, come è noto, le   ‍primarie non sono un esercizio di buone intenzioni, ma il modo ‍in cui i dirigenti ‍in quel partito misurano la propria forza.

Antonello Cracolici, uno degli uomini forti del Pd siciliano, decide che per contare deve presentarsi con una sua lista separata (ma affiliata alla mozione di maggioranza) a sostegno della candidatura alla segreteria di Beppe Lumia .

Lo fa, e così entra ‍in guerra con Bernardo Mattarella, altro candidato, animatore della lista bersaniana “Doc”.

Entrambi, presi a guerreggiare, si “dimenticano” la candidatura di Dalla Chiesa.

Tempestato di mail dai militanti di base, Cracolici risponde con parole che rimbalzano da un capo all’altro del web: “Signora, non capisco cosa ci rimprovera per aver candidato Anna Finocchiaro e non la seguo sulla vicenda Dalla Chiesa. Nessuno ha mai avanzato questa candidatura al PD siciliano e oltretutto mi risulta che Nando viva a Milano”.

Gli risulta, divino.

E Dalla Chiesa? Lui dell’esclusione ha saputo a cose fatte: “Ma non sarei andato altrove. Potevo farmi eleggere, chessò, a Nuoro? Questa storia mi inquieta, perchè un partito dove i killer sono tesserati si salva   se i leader prevalgono sui signori locali. Se accade il contrario – conclude con una punta di amarezza – qualcosa che non va».

Dario Franceschini, invece, candida due nomi forti dell’Antimafia, Rita Borsellino e Salvatore Crocetta.

Tra i due litiganti, prosaicamente, gode.

Nando Dalla Chiesa

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Venezia

Ottobre 19, 2009 · 1 Commento

C’è il sole e si sta bene, seduti al caffè a prendere il sole.

Siamo in due.

Io sto seduto al tavolino e leggo il giornale.

Cuba spaparanzata al sole sul selciato del campo.

Al tavolino alla mia destra i soliti discorsi dei turisti su Venezia.

“Che incanto questa città!” dice una signora sui cinquant’anni al marito.

“Certo, è straordinaria” risponde lui “Ma che fatica! Eppoi sempre a piedi!!! Ma come fanno questi?”

“Certo. è faticosa” risponde lei “Diciamo che va presa a piccole dosi”.

Ognuno la pensa a modo suo, penso io. E questo in fondo è il bello del genere umano.

Ma per me questa città, come mi hanno sentito ripetere fino alla nausea tutti quelli che mi conoscono anche solo un po’, è l’unica città al mondo in cui vale la pena vivere.

Il disagio c’è, perchè negarlo? Il costo della vita è più alto che in terraferma,la disneylandinzazzione della città avanza ( anche se in misura quasi irrilevante nel sestiere in cui abito ( Dorsoduro)

Ma quando uno gode di un privilegio qualche costo deve accettare di pagarlo.

Almeno io la penso così.
Segue dibattito.

→ 1 CommentoCategorie: politica
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Godo Alfano

Ottobre 7, 2009 · 3 Commenti

marco-travaglioIn questo momento di gioia irrefrenabile per i sinceri democratici, un pensiero di gratitudine va al vero vincitore della giornata di ieri: Umberto Bossi.

Il vecchio Senatur, pur acciaccato, non tradisce mai.

Da due giorni la Corte costituzionale discuteva animatamente se la legge fosse uguale per tutti o solo per qualcuno: un po’ come se un convegno di matematici dibattesse su quanto fa 2+2 e qualcuno proponesse un onorevole compromesso a 3 e mezzo.

Per salvare capra e cavoli, Palazzo Grazioli e Quirinale. Al Tappone e Al Fano si eran pure portati a cena due ermellini.

Poi avevano sguinzagliato l’Avvocatura dello Stato, pronta a coprirsi di ridicolo pur di difendere una legge incostituzionale. Cicchitto s’era levato il cappuccio, spettinandosi i boccoli, per organizzare una marcia su Roma pro-impunito.

feltriLittorio Feltri chiamava a raccolta i lettori per una colletta ai bisognosi Fininvest.

Il duo comico Pecorella & Ghedini, i Gianni e Pinotto del diritto e soprattutto del rovescio, collezionavano un’altra figura barbina sostenendo che l’Utilizzatore Finale è un “primus super pares”: il più alto fra i bassi.

Mancava solo Giampi Tarantini, momentaneamente ristretto, nel collegio difensivo. Insomma il pateracchio sembrava inevitabile.

Poi è entrato in scena Umberto B., che Dio lo benedica. Ha chiamato alle armi il popolo padano, compresi galli, celti, cimbri e teutoni.

A quel punto anche qualche ponziopilato in ermellino s’è guardato allo specchio:

“Ma porc@#§%&$£! Possibile arrivare a 90 anni di onorata carriera per farsi minacciare da uno che inneggia a Odino, brandisce fuciletti a tappo e ampolle di acqua fetida, si pulisce il culo col Tricolore e si crede Alberto da Giussano? Che diranno i nostri nipoti? Che scriveranno i libri di storia? Che ce la siamo fatta sotto e abbiamo devastato la Costituzione, rinnegando tutto quel che abbiamo studiato e insegnato per una vita, per salvare le chiappe a un puttaniere corruttore che ne ha combinate di tutti i colori e poi è andato in politica per farle pagare a noi?”.

MARCO TRAVAGLIO- IL Fatto quotidiano- 8 ottobre 2009

→ 3 CommentiCategorie: Berlusconi
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L’Italia che resiste

Ottobre 7, 2009 · Lascia un Commento

BERLUSCONI TORNA IMPUTATO LA CORTE NON SI È FATTA INTIMIDIRE
di Antonio Padellaro- 8 ottobre 2009.

Prima di tutto, un grazie riconoscente ai nove giudici della Corte Costituzionale ‍che hanno detto basta all’impunità di uno soltanto.

Stabilendo una volta per sempre (speriamo) ‍che nessuno in questo Paese può essere dichiarato, per legge, superiore alla legge.

Nessuno, nemmeno il padrone più potente e il premier più arrogante.

Probabilmente, la vera storia delle lusinghe, delle promesse e delle minacce ‍che i giudici della Consulta hanno dovuto sopportare non la conosceremo mai.

Mentre sulla disinvoltura di altri giudici sorpresi a cenare cordialmente insieme a colui ‍che dovevano giudicare sappiamo già tutto.

Attenzione però alle prime dichiarazioni di Berlusconi e delle sue teste di cuoio.

Se il premier dice ‍che la Corte è “di sinistra”, come i giornali, la magistratura e perfino lo stesso Napolitano, ‍che pure il lodo Alfano ha firmato.

Se aggiunge: “mi fanno un baffo”, mostrando il solito alto rispetto per le istituzioni.

Se il pittbull Gasparri afferma ‍che da oggi quella stessa Corte “non è più un organismo di garanzia ma politico”.

Se Bossi chiama a raccolta la piazza ed evoca la guerra civile.

Se, insomma, la destra delle teste di cuoio scatena i suoi bassi istinti, significa ‍che giorni più aspri ci attendono.

Sembra chiara l’intenzione di spaccare e dividere ‍l‍’‍Italia più di quanto non lo sia già chiamando tutti a un referendum pro o contro Berlusconi. E non soltanto nelle urne, come sarebbe legittimo.

Il timore è ‍che il continuo straparlare di golpe e di farabutti, ‍che le accuse di comportamenti “antinazionali” preludano a qualcosa ‍che sta maturando   nella testa di qualcuno e di cui l’annunciata manifestazione “spontanea” di popolo potrebbe essere il detonatore.

Non illudiamoci.

La senteza della Corte ha soltanto stabilito una linea di demarcazione. Sappiamo cosa c’è di qua. ‍l‍’‍Italia pronta a difendere la sua costituzione   e il principio di uguaglianza.

‍L‍’‍Italia onesta ‍che disprezza evasori e bancarottieri.

‍L‍’‍Italia ‍che non si nasconde dietro gli scudi e i privilegi. ‍L‍’‍Italia ‍che chiama ladri i ladri. ‍

L‍’‍Italia ‍che non si fa intimidire.

‍L‍’‍Italia ‍che finalmente ha detto basta.

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