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Le tentazioni di una cagna

Eccola all’ipermercato.
Si chiama Cuba, è un beagle di 12 anni.
Che non perde mai l’appetito….
Al centro di una sala sono stati disposti, per l’assaggio dei…clienti, alcuni sacchi di crocchette per cani con accanto le relative ciotole. Piene.
E Cuba perde la testa. Non ci fosse la sua padrona a trattenerla spazzarebbe via tutto fino a starne male.

“Da vent’anni il “tumore” sono Ligresti e i La Russa”

di Gianni Barbacetto e Silvia TruzziIl Barone neroli ha conosciuti tutti.Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, nobile famiglia trapanese, lunga militanza nel Msi, li ha visti da vicino i fascisti con le mazze, quelli con il doppiopettoe quelli che, dopo la fine del Movimento sociale, si sono costruiti posizioni di potere, fino a finire in cella: e (come Franco Nicoli Cristiani a Milano o Franco “Batman” Fiorito a Roma), non per qualche scontro di piazza.
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“Nel 1989 rilasciai un’intervista a l’Europeo in cui indicavo quelli che ritenevo essere i mali di un partito – il mio, l’Msi – che non aveva saputo rinnovarsi
.
C’era un tumore a Milano, nutrito dai legami tra la famiglia La Russa e i Ligresti. Il combinato disposto tra politica e affarismo: questo tumore ha provocato metastasi. La politica è diventata uno strumento di affermazione sociale per morti di fame spirituali, che vengono ricoperti di soldi, ma restano morti di fame”.
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Perché La Russa e Ligresti?
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La decisione di far diventare Gianfranco Fini segretario, per esempio, fu presa a Taormina in un albergo di Salvatore Ligresti, presenti il senatore Antonino La Russa, suo figlio Ignazio, Giorgio Almirante e Pinuccio Tatarella.
Quando poi i figli adottivi di Almirante fallirono con la concessionaria di auto Lancia a Roma, furono salvati da Ligresti, che diede loro un’agenzia della Sai. Il male affonda lì. Sono moralista? Magari sì, ma a Milano, per vent’anni, tutto un mondo è stato nelle mani della famiglia La Russa: da Michelangelo Virgillito a Raffaele Ursini, fino a Ligresti.
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Lei fu vicino a un personaggio contiguo a questo mondo, Filippo Alberto Rapisarda.
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A metà degli anni 80, lui era latitante a Parigi, mi chiamò in ufficio. Sostenni la sua battaglia contro le banche. Ma presi un abbaglio: era un megalomane che per certi versi ricorda Berlusconi. Mi affittò un appartamento nel suo palazzetto di via Chiaravalle (dove poi nacque il primo club di Forza Italia).

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Chi frequentava il palazzetto secentesco di via Chiaravalle?

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Ministri, sottosegretari. Ma anche Alberoni, Sgarbi, Micciché. E Dell’Utri, che conoscevo perché me lo aveva presentato Rapisarda che mi aveva anche raccontato che Dell’Utri aveva fatto arrivare a Berlusconi i soldi della mafia.

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 I La Russa quando li conobbe?

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 Sono arrivato a Milano nel 1966. Allora il padre Antonino era il consigliori di Virgillito. Il figlio Ignazio faceva invece il contestatore. Ma quando presentai in Consiglio comunale un’interrogazione su un immobile dell’Ospedale Maggiore stranamente finito nelle mani di Ligresti, fui affrontato, a un comitato centrale del Msi a Roma, da Antonino. Stavo parlando con Walter Pancini (oggi direttore generale di Auditel). Antonino mi disse, in siciliano: “Bella questa giacca. Sarebbe un peccato rovinarla con due buchi”.

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È vero che prese a schiaffi Ignazio?
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 Sì sì, faceva il bulletto. Fu verso la fine degli anni 80 durante una direzione provinciale del partito. Lui non m’invitava mai, anche se io ne avevo diritto visto che ero in direzione nazionale e deputato. Aveva una strategia di conquista del potere nel partito per arrivare poi alla conquista delle istituzioni. All’ennesima battuta, mi alzai e gli diedi quattro schiaffi.

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E lui?

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 Incassò, senza dire una parola.

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   L’ha stupita scoprire che si comprano voti dalla ‘ndrangheta in
Lombardia?

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 No, conosco bene Milano. E avevo annusato le infiltrazioni mafiose. Nella campagna elettorale del 2011 per il Comune di Milano, ho dato una mano a Barbara Ciabò (lista Fini). Due giorni prima del voto mi disse: “Vedrai, non ce la farò perché Sara Giudice ha 3/400 voti di case popolari abitate da calabresi”.

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 E Formigoni?

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Lo conobbi quando era deputato e sculettava nel transatlantico di Montecitorio.

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   Oggi, dopo una strenua resistenza, dice che vuole il voto…

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 Sta trattando su diversi fronti. Lui è l’espressione di quella che io chiamo associazione per delinquere di stampo cattolico. A Milano si è divisa gli affari con Ligresti, Moratti e i poteri di cui l’Expo è uno dei risultati.

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   Che effetto le fa il Consiglio regionale imbottito di indagati?

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Compio 80 anni tra un mese, eppure riesco ancora a scandalizzarmi. Quando ho appreso quello che è accaduto, non credevo alle mie orecchie. Vede, ho fatto il capogruppo in Consiglio comunale a Milano e ci davano una stanza e un’impiegata. Ho fatto il deputato a Roma e mi davano 150 mila lire per ogni giorno che stavo a Roma e un milione per i collaboratori, di cui dovevo presentare i contratti al partito.
Poi il berlusconismo ha creato danni irreparabili: modificazione antropologica della società attraverso le tv e inquinamento della politica con la dimostrazione che si può fare tutto impunemente. Ha portato nel partito frotte di impresentabili. Ma li vedete come vanno vestiti? Con questi gessati Palermo da finti gangster anni Trenta. È la politica dell’sms: soldi-mignotte-salotti tv.

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   Ora che succederà?

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   Nelle famiglie nobili di un tempo, si sposavano spesso tra consanguinei. E a un certo punto si sperava che lo stalliere mettesse incinta la marchesa o la baronessa per portare un po’ di sangue nuovo. Spero che arrivi un centinaio di deputati grillini… Tutto il resto mi sembra l’acqua pestata nel mortaio. A Milano siamo solo all’inizio: ne vedremo delle belle, anche dal punto di vista giudiziario.

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E che ci dice della Santanche’?

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   È un altro dei regalini di La Russa. I due hanno siglato un patto politico-mondano-commerciale. Ignazio l’ha portata a Milano, dove è diventata consigliere provinciale, e nel frattempo sovraintendeva agli “eventi” (parola insopportabile) del partito.
Intanto La Russa, dopo una ripulita e un passaggio da un sarto degno di tale nome, è entrato nei salotti buoni. A Cortina, in Sardegna. Lei ama dire che viene dalla società civile, io preferisco dire dalla società incivile, viste le frequentazioni (con Briatore, per esempio) di quando era ragazza e non ancora del tutto plastificata.

Delusissimo dall’N8….disavventure NOKIA.

Avevo un Nokia N95.

Diciamo subito che era ( parlo al passato perchè è… defunto) il miglior telefono che abbia mai avuto: solido, facile da usare, faceva ottime fotografie e aveva una qualità audio strepitosa.

Quando ho dovuto sostituirlo il primo pensiero è stato: adesso me ne compro uno uguale.

Niente da fare, mi dicono al negozio.
Dal momento che scatto molte foto con il telefonino, chiedo di poterne comprare uno con una telecamera a buona risoluzione.

Mi suggeriscono l’N8.
E’ un touche screen: ormai non producono cellulari di un certo livello che non prevedano questo tipo di procedura.

Mi rassegno – imparerò anch’io come hanno fatto tutti gli altri- pago quasi 500 euro e vado a casa, ansioso di provare il nuovo giocattolo.

Scopro, nell’ordine:

- che ha una qualità audio molto scadente rispetto all’N95 comprato un bel po’ di tempo fa

- che quando si stabilisce la connessione con Internet non chiede, come faceva l’N95, il tipo di collegamento che si vuole utilizzare ( con il rischio di collegarsi utilizzando non il proprio operatore, ma un altro, molto più costoso).

- che la fotocamera, pur buona, non ha la stessa velocità e praticita‘ di utilizzo di quella dell’N95 ( il che impedisce spesso di cogliere …l’attimo fuggente)

Ma la cosa veramente inquietante è che ogni tanto va in tilt.
Completamente. Insomma, i comandi non rispondono più del tutto, compreso quello di spegnimento.
E non è nemmeno possibile togliere- in quel caso-  la batteria.

E sapete perchè?

PERCHE’ NON E’ PREVISTO!!!! La batteria e’ INCORPORATA!!!

A quel punto si può solo aspettare che la batteria si scarichi, tirare fuori la scheda e utilizzare un cellulare “muletto” per 10/12 ore.
Ovviamente non sempre uno gira con due cellulari in tasca, il “titolare” e il muletto.

Così ti puo’ accadere di rimanere privo di collegamento fino a quando non rientri a casa.

Fino ad oggi questa cosa del blocco completo dei comandi del cellulare mi è accaduta 4 volte ( in media una volta ogni 3 settimane).

Insomma lodi e osanna per l’N95, il telefono che avevo prima… I negozianti di cellulari, quando faccio loro notare che quello era un gran telefono, il migliore mai prodotto, mi danno ragione immediatamente, lo pensano anche loro.

Peccato che non sempre l’evoluzione della specie sia garanzia automatica di miglioramento.

Nei prossimi giorni porterò il mio N95 ad un centro assistenza e cercherò di farlo rimettere in sesto ( mi dicono sia cosa possibile).

Dopo di che lo utilizzero’ di nuovo.

L’N8 , tutt’al piu’ mi servirà,ogni tanto come macchina fotografica…

L’arte del fotomontaggio satirico. Ecco alcuni esempi…

Emiliano Carli, come tutti i veri autori satirici, non ha bisogno di fantasia per trovare gli spunti per i suoi calambour e i suoi fotomontaggi.

Apre il giornale, ascolta la radio, guarda la tv e subito le idee per una vignetta cominciano ad affollarsi nella sua testa.

Sotto forma di immagini, titoli di libri o di film, versi di canzoni, frasi famose.

L’importante è mantenersi sul piano dell’attualità, commentare a modo suo (Carli’s way, direbbe lui) la notizia del giorno.

Scoppia lo scandalo Marrazzo ?

Più veloce della luce, Emiliano pubblica una vignetta che in poche ore fa il giro del Web, quella in cui Berlusconi appare sullo sfondo di una Ford modello Escort e Marrazzo con un Ford Transit.

Scajola lascia il governo dopo avere appreso che qualcuno gli ha pagato una parte della casa “a sua insaputa”?

Emiliano non esita a tirare in ballo Manzoni e il suo “Cinque maggio 1821″ dedicata a Napoleone: ed ecco il ministro che appare perplesso nei pressi della sua casa con vista Colosseo, mentre in cielo campeggia una scritta: “Ei fu siccome immobile”…

Berlusconi perde le amministrative nella sua Milano e viene impallinato ai referendum?

Emiliano lo ritrae con una benda sul viso (come se avesse ricevuto di nuovo una statuetta in faccia) e trafitto dalle frecce come una specie di novello S. Sebastiano.

Emiliano è ineusaribile, grazie anche agli spunti comici che le cronache politiche gli consegnano continuamente.

Ogni giorno i suoi aficionados vanno sulla sua pagina facebook e trovano il suo “articolo di fondo”.

Difficilmente rimangono delusi.

L’arte del calambour, l’esercizio di deformazione delle parole o delle frasi cui Emiliano ricorre di continuo, è un po’ più difficile da esercitare di quella del fotomontaggio, in cui pure questo divertente vignettista eccelle: Un buon calambour richiede cultura, intelligenza, prontezza di spirito, ironia. E anche, a volte, capacità di dissacrazione.

E, se si tratta di dissacrare, Emiliano non si tira indietro.

Come in questa vignetta che ritrae Bossi che “battezza” Calderoli, il cui titolo fulminante è “la Pagania”

(Emiliano però ci direbbe che a dissacrare qualcosa, prima di lui, è stato il Senatur e che lui, come molti autori satirici di oggi, più che inventare battute umoristiche, a volte deve solo… trascriverle)

LA PIRANDELLIANA STORIA DELLE CENERI DI PIRANDELLO.

Tratto dal blog IL MESTIERE DI LEGGERE.

Pirandello caricaturato da Levine

Quando il 10 dicembre del 1936 morì, i figli trovarono mezzo foglietto di carta spiegazzato in cui Luigi Pirandello aveva scritto : « I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. IV. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui ».

L’ingresso del Verano

I punti uno, due e tre furono eseguiti a puntino, con grande scorno del regime- si dice dello stesso Mussolini- che avrebbe voluto fare un gran funerale fascista in pompa magna. Prima di rispettare le volontà espresse nel quarto punto, invece, trascorsero decenni e peripezie, e avventure e traversie  degne proprio della penna di Pirandello. Ma procediamo con ordine.

IL PRIMO FUNERALE- Due giorni dopo la sua morte un carro d’infima classe  portò una cassa d’infima classe al forno crematorio . Ma nessuno se la sentì di assecondare il suo desiderio di spargere al vento le ceneri, pratica a quei tempi inaudita prima ancora che illegale e avversata dalla Chiesa. Le ceneri furono allora raccolte in un’urna e portate al cimitero romano del Verano, dove rimasero per undici anni

Un vaso greco del V secolo a.c.

IL SECONDO FUNERALE- A guerra finita, nel 1947, il sindaco DC di Girgenti, nel frattempo divenuta Agrigento, Lauricella, rivendicò per la sua città l’onore di dare sepoltura ed esequie cristiane e solenni alle ceneri dell’illustre concittadino. Si rivolse niente di meno che al democristiano presidente del consiglio dell’epoca , Alcide De Gasperi, che – malgrado le notevoli difficoltà che in cui versavano ancora i trasporti – procurò un aereo militare americano per il trasferimento da Roma ad Agrigento. Ad accompagnare i resti del grande drammaturgo fu incaricato il prof. Gaspare Ambrosini, noto pirandelliano e pirandellologo e futuro presidente della prima Corte Costituzionale. Sistemate le ceneri in un prezioso vaso greco del V secolo avanti Cristo e imballatolo ben  bene, a prova d’urti, in una cassa di legno, l’aereo era pronto a partire quando una decina di persone- tutti siciliani- si avvicinarono all’aereo poco prima del decollo chiedendo di poter usufruire di un passaggio. Il professore, conscio dei gravi problemi di spostamento di quei tempi parlamentò coi piloti dell’ Air Force e ne ottenne il consenso.

Gaspare Ambrosini

Mentre si sistemavano , qualcuno chiese ad Ambrosini cosa contenesse quella  cassa così ben imbracata, e avutane la spiegazione disse: “Pirandello, quello che aveva chiesto che le sue ceneri  fossero disperse al vento? Non è che il destino ha stabilito di accontentarlo proprio oggi…..” Calò un silenzio spettrale, mentre i  passeggeri si guardavano l’un con l’altro,e sotto i sedili alzavano l’indice e il mignolo di una mano. Poi , appena le eliche cominciarono a girare, uno di loro chiese di scendere. Ambrosini parlò con i piloti, questi sospesero la procedura di decollo e il passeggero scese. Inutile dire che uno dietro l’altro lo seguirono anche gli altri nove. A questo punto i piloti si insospettirono e chiesero al professore spiegazioni. Questi le diede, ripetendo più volte la parola superstitions, che i due piloti ripetevano come una eco, scambiandosi occhiate d’intesa. Fu così che i due,  di cui si sospetta avessero antenati siciliani , o napoletani, accampando varie scuse, si rifiutarono di partire.

Un aereo da trasporto USAF della II guerra mondiale

Al prof Ambrosini, accompagnato dalla sua inseparabile cassa, non restò che salire su un  treno: lo aspettava un giorno intero di viaggio. Tutto sarebbe filato liscio se , svegliatosi da un breve sonno, non si fosse accorto che la cassa era sparita. La cercò vagone per vagone e finalmente la trovò in mezzo a quattro individui che l’avevano utilizzato come tavolo per giocare a carte. Ignari, ovviamente, di fare una partita “col morto”, e che morto:  un premio Nobel. Comunqe sia la recuperò. Arrivata finalmente ad Agrigento, l’Odissea della cassa non era ancora finita. Il vescovo della città Giovan Battista Peruzzo si rifiutava di dare la benedizione ad un vaso greco. Niente benedizione , niente funerali solenni: tutto l’organizzazione politico-propagandistica DC messa in piedi dal sindaco se ne andava in fumo. All’ultimo momento, quando la rinuncia ai funerali sembrava inevitabile, il vescovo si convinse a promettere la benedizione se la cassa con le ceneri fosse stata ospitata in una bara cristiana. Ma i cassamortari di Agrigento non avevano bare pronte; ci si dovette accontentare di una piccola bara bianca , di quelle per bambini. Ma lì la cassa non entrava. Allora fu necessario estrarre il vaso e assicurarlo per bene dentro la piccola bara. E fu così che finalmente Luigi Pirandello ebbe il suo secondo funerale. In pompa magna, come non avrebbe mai voluto.

Una caricatura di Pericoli

IL TERZO FUNERALE. Il vaso greco e le sue ceneri vennero conservati nella casa natale di Pirandello, in attesa che il progettato monumento funebre a lui dedicato fosse realizzato in località Caos, proprio sotto il famoso pino al quale il drammaturgo era tanto affezionato  Ma si sa come vanno le cose in Italia, l’opera fu pronta solo quindici anni dopo, nel 1962. E fu così che le ceneri di Pirandello ebbero la loro definitiva sistemazione e il loro terzo funerale. Presenti autorità civili e religiose, e personalità della cultura del calibro di Salvatore Quasimodo e Leonardo Sciascia, un cilindro d’alluminio dove erano state travasate le ceneri fu prima benedetto e poi murato dentro il monumento .

Il monumento funebre di Pirandello

EPILOGO. Ma non è finita. Si racconta che l’incaricato del travaso, un impiegato del comune conosciuto come il dott Zirretta, dovette sudare le sette camice per portare a termine l’operazione. Dopo tanti anni, ventisei per l’esattezza, le ceneri si erano calcificate all’interno del vaso. Armatosi di scalpello, Zirretta, aiutato da un paio di assistenti, le ridusse nuovamente in polvere e le versò nel contenitore di metallo. Ma il contenitore era troppo piccolo. Ne avanzava un discreta quantità. Che fare? Deve essersi accesa una lampadina nella mente dell’impiegato del comune agrigentino. Una lampadina luminosa, brillante. Prese le ceneri rimaste, le versò in un giornale e  si diresse verso un dirupo, lì vicino, che dava sul mare. Ma non fece in tempo ad arrivarci: una folata di vento si portò via le ceneri. E fu così che le ultime volontà di Pirandello –  il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere-furono (almeno in parte) rispettate.

Il museo archeologico S. Nicola di Agrigento

Tutto è bene quel che finisce bene, direte voi. E invece non è ancora finita. Perché nel 1994 si scoprì che il famoso vaso greco del V secolo, conservato nel museo  S.Nicola di Agrigento, conteneva ancora un po’ di ceneri di Pirandello. Evidentemente lo scalpello del dott Zirretta non aveva funzionato sino in fondo. Si decise allora di sottoporre i resti dei resti di don Luigi all’esame del DNA. E ,sorpresa, si scoprì che solo una piccola parte di quelle ceneri appartenevano al Maestro. Il rimanente, la maggior parte cioè,  ad altri corpi, non identificabili, che evidentemente erano state cremati nel lontano 1936 insieme a lui

Confortati dalla scienza possiamo oggi  dire, pirandellianamente, che quelle ceneri sono e non sono di Pirandello. E che nell’urna di metallo interrata al Caos, insieme a Pirandello ci sono tante altre persone sconosciute, dei signori nessuno. Come dire Uno, nessuno e centomila .

La macchina da scrivere da cui Pirandello non si separava mai.
ONOFRIO PIRROTTA.

La forza della Rete (via l’intelligenza degli elettricisti)

La forza della Rete In che modo sta cambiando il modo di costruire l’informazione? Una volta l’informazione era il prodotto di un solo artefice. Il giornalista andava a cercare la notizia, la riportava su un giornale e quel giornale diventava il mezzo di divulgazione di quella informazione. Niente filtrava di quella notizia, se non in ambiti estremamente circoscritti prima dell’intervento del giornalista, che era di fatto “scopritore” e “diffusore” dell’evento che s … Read More

via l'intelligenza degli elettricisti

La forza della Rete

In che modo sta cambiando il modo di costruire l’informazione?

Una volta l’informazione era il prodotto di un solo artefice. Il giornalista andava a cercare la notizia, la riportava su un giornale e quel giornale diventava il mezzo di divulgazione di quella informazione.

Niente filtrava di quella notizia, se non in ambiti estremamente circoscritti prima dell’intervento del giornalista, che era di fatto “scopritore” e “diffusore” dell’evento che solo grazie a lui e al suo intervento diventava di dominio pubblico.

La televisione non aveva cambiato questo aspetto della catena di distribuzione delle news.

Il “demiurgo”, lo scopritore di notizie era sempre il giornalista:  semplicemente il mezzo televisivo era enormemente più potente e pervasivo di quello cartaceo e aveva a sua disposizione la forza delle immagini filmate.

Oggi è evidente che la catena di produzione delle informazioni è radicalmente cambiata rispetto all’epoca, ancora a noi così vicina nel tempo, del giornalista “demiurgo”.

Ce lo dice con grande incisività e chiarezza l’ultimo libro di Michele Mezza “Sono le news, bellezza! Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale” ( Donzelli editore)

Siamo all’inizio di un processo di liberalizzazione dell’individuo- ci dice l’autore, eminente giornalista e docente di Scienza della comunicazione all’università di Perugia e di Roma- di ogni individuo, che ci porterà a riconfigurare ruoli e figure sociali . A cominciare dagli intellettuali, che non a caso, sono i più scettici”.

La rete, lo puntualizza già Derrick De Kerckhove nella prefazione, è diventata in brevissimo tempo il luogo in cui si costruisce grandissima parte dell’informazione.

La fabbrica e non solo la piattaforma di distribuzione.

Ci sono stati anni, lo ricordiamo tutti, in cui Internet sembrava un’opportunità per pochi, uno strumento per professionisti, per iniziati.

Ve la ricordate l’epoca della cosidetta bolla specutiva legata alla new economy? Stiamo parlando di appena una decina di anni fa….

Era l’epoca in cui bastava avere la notizia che un’azienda aveva creato un suo sito, magari anche un semplicissimo  accesso informatico, per vederne schizzare alle stelle il titolo.

Poi quella bolla si e’ sgonfiata anche perchè ci si e’ resi conto che quel modo di lavorare non solo era “necessario” per tutti gli addetti ai lavori, ma era anche semplice e alla portata di tutti.

Chi di noi in quegli anni, sentendo un amico o un vicino vantarsi di avere un blog, non pensavamo a lui come ad uno “smanettone”, ad una persona cioè dotata di grandissime tecnicalità lontanissime dalla nostra portata?

Salvo poi scoprire, una volta entrati in punta di piedi in quel mondo, che aprire un blog è cosa semplicissima e alla portata di tutti.

Piano piano quei siti e quei blog,  nati come sede di distribuzione e di commento delle notizie acquisite dal giornalista demiurgo sono diventati, però, fabbrica di notizie a loro volta.

Insomma la rete in brevissimo tempo da vetrina di esposizione delle news e’ diventata fabbrica, il luogo in cui quelle news vengono “prodotte”.

E il grande comunicatore di massa, il giornalista della carta stampata e della tv, che conserva- chissà ancora per quanto- il privilegio di disporre dei mezzi più potenti- da scopritore della notizia è diventato prevalentemente “selezionatore” delle notizie “scoperte” o lanciate da altri.

E’ il tramonto del giornalismo?

No, è semplicemente una mutazione genetica.

Un cambio di passo necessario per chi fa questo mestiere.

Maneggiare le teconologie informatiche diventa una necessità, lo strumento principe,  non più una semplice  opzione.

Quello che una volta si definiva il fiuto giornalistico, cioè la capacita’ di scoprire la notizia, adesso è diventata la capacità di pescare nel mare magnum della rete, con il compito non facile di distinguere, nel mare magnum della rete, le notizie vere dalle bufale.

Senza dimenticare che anche una bufala, quando sono in molti a crederci perchè ben costruita  e ben distribuita attraverso la rete, può diventare una notizia….

Chiudo citando un passo di un’intervista fatta da Grazia Gaspari a Michele Mezza per il giornale on line AGORAVOX:

Michele, un’idea di fondo gira, appunto, per questo libro: la rete non è una vetrina, ma una fabbrica, e chi non lo capisce la subisce e non la sfrutta nelle sue vere potenzialità. Cosa comporta praticamente?

In politica, ad esempio, molto. Proprio in questi giorni abbiamo sotto i nostri occhi una straordinaria storia della rete: la rivoluzione egiziana. Al Cairo, come a Tunisi, si è visto che la rete non è solo un megafono, ma è opratutto un soggetto sociale, un luogo che forma identità e bisogni. In piazza e’ scesa la “gioventù connessa” egiziana che rivendicava spazi alle proprie ambizioni.

La stessa cosa vale per la grande manifestazione della donne di domenica scorsa “Se non ora quando?”, una manifestazione sostanzialmente preparata e sbocciata in rete. Nessun giornale o tv ne aveva parlato, nessuna agenzia di stampa. Eppure un milione di persone sono scese in piazza in tutta Italia. Non solo, decine e decine di manifestazioni si sono svolte in tutto il mondo… Tokio compresa.

FILIPPO CUSUMANO