Post da Gennaio 2008
Due fatti mi colpiscono in questi giorni.
L’interesse per il processo ai coniugi di Erba:

si è creato un voyeurismo spasmodico, c’è chi è disposto a sborsare centinaia di euro pur di stare in aula, magari per intercettare le occhiate d’odio tra gli assassini e il vedovo: una storia tragica con protagonisti inquietanti
Il successo del nuovo film di Moccia “Scusa ma ti chiamo amore ,
una commedia ridicola recitata in modo imbarazzante.
Insomma , buone notizie per i personaggi improponibili che si apprestano a candidarsi alle prossime elezioni.

Il mercato tira.
E il porcellum aiuta.

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Durante l’ultima seduta del senato, uno dei tre senatori dell’Udeur si rifiuta di passare all’opposizione.
Qualcuno dice che lo abbia fatto per motivi ignobili, cioè per garantire un buon posto di lavoro ad un suo protetto.
Il senatore comunque motiva il suo gesto in maniera molto nobile, richiamandosi all’impegno preso al momento della creazione del governo e al difficile momento del paese.
A quel punto interviene un collega di partito, il senatore Barbato che lo insulta e cerca di sputargli in faccia.
Intervistato dopo la sceneggiata
- cerca disperatamente di negare lo sputo (come se le telecamere non fossero in grado di mostrarcelo con tutta evidenza)
- dà inconfutabile prova della pochezza del suo italiano ( continua a dire “io non l’ho sputato”)
- nega di aver insultato il collega ( “gli ho solo detto che era un traditore”).
Non sospettavamo di essere rappresentati da quel senatore.
E’ un politico di lungo corso, ma questa è la prima volta che i media nazionali si occupano di lui.
Buono a nulla e capace di tutto ( prerequisito del fare politica nei tempi amari del porcellum) sale agli onori della cronaca ( come si suol dire con orribile luogo comune) per uno sputo.
Quello sputo è l’apice della sua carriera, esprime nel modo più completo il suo modo di fare politica.
Che è questo: ho ricevuto un mandato dagli elettori e assunto un impegno con loroma c’è una cosa che conta molto di più di tutte, se sono qui lo devo a Mastella.
E, naturalmente, al Porcellum.

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Casini persevera diabolicamente nell’errore e proclama a gran voce che, dimettendosi, Cuffaro ha dimostrato responsabilità e senso delle istituzioni.
La realtà è un’altra: Cuffaro si è dimesso per evitare che andassero a buon fine le iniziative avviate per rimuoverlo dalla carica.
Nel frattempo si disperano nell’ordine :
1) il pasticcere che ha fatto i cannoli, amico d’infanzia di Cuffaro: sapeva che erano un dolce impegnativo da digerire, soprattutto se mangaiato a metà mattina, ma non immaginava che quelli destinati all’amico Totò gli si sarebbero messi così di traverso sullo stomaco ;
2) Gli amici di Raffadali, paese natale di Totò, che hanno comprato i cannoli: mai avrebbero immaginato che ci fosse qualcosa di male a festeggiare i cinque anni di carcere; fiduciosi com’erano nel discernimento del loro compaesano e, avendolo visto raggiante per la condanna, avevano pensato di fargli cosa gradita…
3) I siciliani onesti ( quelli che i mass media capaci di resistere a tutto tranne che alla tentazione dei luoghi comuni amano definire “la stragrande maggioranza dei siciliani”): il fatto che abbia fatto il giro del mondo la foto del loro Governatore intento a “festeggiare” la condanna non li entusiasma per niente.
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P.S.
La spazzatura a Napoli, i cannoli a Palermo, la lottizzazione della Asl: tre simpatiche vicende emerse in questo primo scorcio di 2008 che dimostrano una volta di più che , come diceva Flaiano, in questo Paese, la situazione è grave, ma non è seria.
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L’incontro per strada dopo tanto tempo.
Trascina una carrozzina
di quelle a due posti,
i piccoli dormono
come orsetti in letargo.
Le dò la mano,
le chiedo dei gemelli.
Mi risponde
descrivendoli
in termini dolciastri
quasi aspettandosi
che le chieda
di assaggiarli.

Finalmente
penso a lei
come a una
sconosciuta
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Non mi interessa sapere se Mastella e sua moglie hanno commesso un reato : ci saranno giuristi che lo sostengono e altri che lo negano.
Posso solo dire che in un paese civile chiunque fosse colto in flagrante a farsi così scopertamente gli affari suoi e del suo clan, mentre ricopre e grazie al fatto che ricopre una altissima carica pubblica, sarebbe escluso per sempre dalla scena politica.

In Italia invece uno squallido trasformista del suo calibro riesce perfino a fare il martire.
Grazie anche ad opinionisti come Giuliano Ferrara, che approfittano della circostanza per dire che è ora di finirla con i giudici che affossano i governi permettendosi di indagare sugli uomini politici.
Succede a 8 e mezzo di ieri sera.
Ma, dopo 10 minuti di un’appassionata concione dedicata a questo punto, arriva per Ferrara una inaspettata punizione: uno dei suoi interlocutori, Massimo Cacciari, non solo lo rimprovera aspramente per la sua prolissità, ma gli dice anche a muso duro che vede lucciole per lanterne, che, in pratica, sta facendo l’intellettuale da strapazzo .

Gli dice infatti che agli italiani, che, fino a prova contraria, dovrebbero essere i protagonisti della politica, coloro che scelgono da chi farsi rappresentare, di Mastella non gliene frega niente, ma proprio niente di niente.
Sono costretti a pensare all’affitto, alle bollette, ai rincari dei generi alimentari, ai figli che non trovano lavoro perchè le poche opportunità vengono offerte a chi ha santi in paradiso, all’inquinamento, alle morti sul lavoro, perfino alla monezza.
Giulianone lo ascolta, afflitto e offeso. Poi fa il broncio per tutta la trasmissione.
Tutti dicono sempre che è molto intelligente ( ma ogni tanto anche a quelli tanto iintelligenti non fa male un bagno nella realtà).
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Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che
fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi e’ infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia
aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o
della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non
risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere
vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto
di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una
splendida felicita’.
Pablo Neruda
( poesia letta al Senato da Clemente Mastella)
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Mastella e i suoi “uccidono” il governo, nato anche grazie ai loro voti, lasciando dappertutto le loro impronte: corna, sputi, insulti.

Perfino un furto: l’inizio del discorso d’addio di Mastella fa credere ( ma solo a coloro che non conoscono Neruda) che, per l’occasione il Ceppalonico abbia trovato la forza per mettere da parte la sua sintassi, di solito grossolana almeno quanto la sua visione della politica.
Ma, per sua e nostra sfortuna, Neruda è morto da un pezzo ( troppo lontano da noi perfino per rivoltarsi nella tomba!) e non ha quindi potuto scrivere la seconda parte del suo discorso.
Abbandonata la citazione di Neruda, il ministro torna , infatti , al linguaggio di sempre, ricco di strafalcioni come il suo modo di fare politica.
Nella prima parte del suo discorso ci ha fatto credere che, come dice Neruda “lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,chi non cambia la marcia,chi non rischia e cambia colore dei vestiti,”l
Nella seconda parte, quella in cui, abbandonato Neruda, torna ad essere il Ceppalonico di sempre, capiamo meglio come stanno le cose:”Velocemente muore chi, avvicinandosi la sconfitta, non è così lesto da scendere in fretta dal carro degli sconfitti per saltare su quello dei vincitori!!”
Che tristezza, adesso arrivano, quelli che giustificano e minimizzano, quelli che dicono che “Tanto così fanno tutti”, quelli per i quali è normale fare politica con le corna e gli sputi, quelli che in parlamento si portano il cappio o, come ieri sera, la bottiglia di spumante per brindare alla caduta di un avversario.
Forse rivoteremo pure con la stessa legge, senza avere la possibilità di lasciare a casa incapaci, disonesti e mestieranti della politica.
Sicuramente ci meritiamo di meglio.
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A quasi quarant’anni di distanza dall’orrore e dall’insensatezza dei primi delitti delle Brigate Rosse, finalmente una trasmissione televisiva ( lo speciale di Ballarò dedicato al libro di Mario Calabresi “Spingendo la notte più in là”) ci racconta quelle vicende dalla parte dei familiari delle vittime .
In studio c’è la figlia di Walter Tobagi, che aveva due anni quando il padre fu ucciso. Adesso ne ha trentadue e parla con compostezza di un dolore che non si è mai sopito.
Ha passato gran parte della sua vita, Benedetta Togagi, a cercare questo padre portatole via così giovane, ha letto i suoi articoli, le sue lettere private, i suoi libri di storia.
A trent’anni di distanza, però, continuano a mancarle i suoi abbracci, le sue carezze, i suoi sorrisi.
Che sicuramente vi furono, ma che lei non può ricordare, perchè il primo ricordo cosciente della sua vita è quello del cadavere del padre ucciso da alcuni giovani della Milano bene che volevano “fare carriera” nel terrorismo, dimostrando che avevano il “fegato” di commettere un omicidio importante ( salvo poi pentirsi e usufruire della legislazione premiale, cavandosela con pochissimi anni di detenzione).
C’è naturalmente Mario Calabresi.
Anche lui aveva due anni quando uccisero il padre.
In studio qualcuno legge le ignobili parole d’odio che ogni giorno Lotta Continua gli dedicava, spingendosi a dire che ormai per lui la sentenza del tribunale del popolo era stata emessa ( come sappiamo poi qualcuno si incaricò di eseguirla, poco importa se prendendo direttive da chi scriveva su quel giornale o semplicemente raccogliendone spontaneamente l’invito)
Il figlio del giudice Alessandrini, anche lui presente in studio, è l’unico che ricorda il padre: aveva otto anni quando lo assassinarono e pochi minuti prima della sua morte lo aveva accompagnato a scuola.
Difficile non immedesimarsi nel dolore di questi giovani, non commuoversi per le loro ferite non ancora rimarginate.
Impossibile non condividere il loro sdegno per la visibilità che in tutti questi anni è stata data agli assassini, che qualcuno ancora si ostina a presentare come i protagonisti di una romantica epopea ( vedi l’ultima sciagurata esternazione di Fanny Ardant sull’eroismo di Renato Curcio).
Il più implacabile e lucido nella sua indignazione è il figlio del giudice Alessandrini.
Fa l’avvocato e da poco ha raggiunto e superato l’età che aveva il padre quando fu ucciso.
L’intervistatore gli fa notare che alcuni degli assassini di cui si sta parlando hanno pagato il loro debito con la giustizia e si sono emendati dei loro delitti dedicandosi a cause nobili.
Gli ricorda perfino che uno di loro è stato eletto in parlamento.
Lui risponde, gelido:
“Con quella legge elettorale anche un cavallo avrebbe potuto essere eletto”.
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Casini è sempre pacato.
Quasi sempre.
C’è qualcosa che, inspiegabilmente, dà il la alla sua iracondia.
E’ il sentire pronunciare da uno qualsiasi dei suoi interlocutori antagonisti tre sillabe: quelle che compongono il nome del governatore della Sicilia Cuffaro.
Condannato a 5 anni per favoreggiamento di un mafioso ( gli avrebbe comunicato che il suo telefono era sotto controllo) Cuffaro rifiuta di dimettersi perchè è stato riconosciuto colpevole solo di aver favorito un mafioso ( adesso si scopre che si sarebbe dimesso solo se la condanna avesse dichiarato la sua contiguità all’intera organizzazione mafiosa e non a singoli malavitosi).
Casini che ha un seguito del 5-6% a livello nazionale, ma che in Sicilia gode di un consenso pari al 18% della popolazione, preferisce calpestare le regole del buon senso e della decenza che buttare a mare il suo fedelissimo: sa che senza di lui il suo partito perderebbe molta della sua forza contrattuale.
Con la puntata di eri sera di Ballarò abbiamo appreso che ci sono altre tre sillabe che mandano in bestia Casini, fino al punto da portarlo ad inveire in maniera sgangherata contro due ministri. le tre sillabe sono quelle che compongono la parola cannoli.
Cuffaro, infatti, non solo non si è dimesso, ma, felice come una pasqua per essere stato condannato solo a 5 anni, ha offerto a tutti un enorme vassoio di cannoli.
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Guardo “Niente di Personale” sulla 7.
C’ è un giornalista puro e duro ( Marco Travaglio) che è ormai rimasto tra i pochi personaggi pubblici che riescono a vedere le cose per quello che sono.
Per lui un latitante NON è un esule un condannato con sentenza definitiva è un pregiudicato e NON una vittima della malagiustizia, un immeritevole che diventa primario in un ospedale grazie alle sue entrature politiche NON è un uomo che ha saputo crearsi un network di amicizie, ma semplicemente un furbacchione che ha scelto strade traverse per ottenere quello che a tutti gli altri piacerebbe vedere conquistato con fatica.
Il giornalista puro e duro si esprime con chiarezza: non ha bisogno di arrampicarsi sugli specchi per dimostrare cose che sono evidenti a tutti.
Nella stessa trasmissione c’è un giornalista antagonista del primo. Si esprime in maniera confusa e contorta, sembra imbarazzato lui stesso dalle cose che dice.
Che pena! Eppure, se siamo lettori di giornali e se guardiamo i tg, questa è la fauna prevalentemente circolante.
Il giornalista puro e duro non viene quasi mai smentito dal collega, risulta sempre molto più documentato sui fatti di chiunque altro.
Il collega si limita a dargli del moralista, a fare del sarcasmo sui suoi articoli definiti simili a “mattinali di questura”
E’ un vecchio metodo. Quando uno dice che il re è nudo o è un ingenuo o un moralista.
Nel frattempo alle persone normali, che sono i più, non resta che assistere all’avvicendarsi delle Repubbliche, una più corrotta dell’altra.
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