l’intelligenza degli elettricisti

Post da Maggio 2008

Franz Kafka, l’emozione di scrivere raccontata ad una donna.

Maggio 30, 2008 · Lascia un Commento

Nel 1912 Franz Kafka inizia una corrispondenza con una giovane Berlinese, Felice Bauer, con la quale si fidanzerà dopo qualche tempo.

Il rapporto tra i due che che si incontrarono raramente (in tutto una manciata di giorni in cinque anni!) fu molto tormentato, soprattutto per il timore di Kafka che il matrimonio potesse sottrarre spazio alla sua attività di scrittura.

In molte lettere è proprio la sua attività di scrittore che viene “raccontata” alla fidanzata.

Sin dalle prime lettere affiora il conflitto tra il Kafka che vorrebbe dedicare tutto il suo tempo a comunicare con la fidanzata e quello per il quale l’ispirazione letteraria è uno stato di grazia.

In una lettera dell’11 novembre del 1912, c’è un primo accenno al “dovere” di scrivere, che rischia di entrare in conflitto con il piacere della corrispondenza amorosa:

“E da ora in poi le scriverò soltanto lettere brevi [...] anche perché devo impegnarmi fino all’ultimo respiro per il mio romanzo “.

La costruzione del romanzo sta procedendo con felicità e facilità di slancio creativo inusitate nella vita dello scrittore.

Il manoscritto de Il disperso gli sembra, dopo anni di tentativi andati a vuoto, come il primo solido punto d’approdo della sua arte.

” E’ questo il primo lavoro di una certa mole nel quale, dopo un tormento di 15 anni, sconfortato salvo qualche momento, mi sento al sicuro da un mese e mezzo in qua.

In una lettera di pochi giorni dopo ( 23 novembre) troviamo un riferimento a “La metamorfosi”, il lungo racconto iniziato da Kafka, mettendo temporaneamente da parte “Il disperso”

All’inizio della lettera si chiede se sia il caso di darlo da leggere a Felice:

“Dartelo da leggere? come faccio? anche se l’avessi già terminato. Scritto così è quasi illeggibile. [...] Sarebbe bello mandarti questo racconto ed essere intanto costretto a tenerti la mano, perché la storia è un po’ paurosa. E’ intitolato Metamorfosi, ti incuterebbe molta paura e forse ne faresti a meno perché paura ti devo fare purtroppo ogni giorno con le mie lettere”.

Kafka scrive La metamorfosi in pochissime notti. L’eccitazione creativa che gli consente di concludere in un tempo brevissimo quello che forse è il più bel racconto del Novecento ed uno dei più belli della letteratura di tutti i tempi, è palpabile nella lettera successiva del 24 novembre.

“Ora è già arrivato un pezzo oltre la metà e io, in complesso non ne sono insoddisfatto, ma è nauseante oltre ogni limite, e queste cose, vedi, vengono dal medesimo cuore nel quale stai tu, quello in cui tolleri di soggiornare. Non esserne rattristata perché, si sa, quanto più vivo e quanto più mi libero, tanto più divento forse puro e degno di te, ma certo ci sono in me ancora molte cose da eliminare e le notti non possono essere lunghe abbastanza per questo lavoro che d’altronde è estremamente voluttuoso”

Quanti messaggi più o meno espliciti contiene il passo di questa lettera!

Primo : questo io sono, l’uomo che ti ama è lo stesso che produce” queste cose”, il cuore che soffre per te è lo stesso dal quale partono le storie che scrivo.

Secondo: più mi libero delle storie che ho dentro più sono degno di te.

Terzo: Molte sono le storie che albergano dentro di me e che devo tirar fuori ed il tempo che posso dedicare a questo è insufficiente

Quarto: portare alla luce questa parte di me è un piacere estremo.

Si delinea, per la prima volta, il potenziale conflitto tra il sentimento verso Felice e il divorante amore per la scrittura.

Kafka vede nel suo talento l’unica attrattiva ragionevolmente esibibile. Non c’è un passo delle sue lettere in cui esalti di se alcuna caratteristica fisica o morale. I toni nel parlare di sé sono sempre quelli dell’autoironia, quando non della più feroce autodenigrazione.

Ma quando arriva a parlare delle sue opere il tono cambia. Quando dice che di un racconto come La Metamorfosi, del cui valore è impossibile non sia stato pienamente consapevole, “non ne sono insoddisfatto”, il tono è un altro: quello di chi sa di essere un artista e pretende di essere considerato, quanto meno se non soprattutto, dalla sua amata come tale.

Ignoriamo il contenuto delle lettere di Felice, ma appare evidente da quelle che scrive Kafka che il suo interessamento per l’opera letteraria dell’amato è sempre assolutamente inferiore alle attese.

Illuminante una lettera del 30 dicembre del 1912. Kafka ha inviato a Felice La meditazione, una raccolta dei suoi scritti appena pubblicata.

Il libro è stato pubblicato forzando le resistenze dello scrittore, che non considera gli scritti contenuti in quella raccolta come le sue cose migliori.

Ma l’indifferenza di Felice lo ferisce crudelmente:

La delusione però non deriva dal giudizio negativo, che intuisce, ma dal fatto che nella lettera di Felice non v’è un cenno all’opera

“(..)Un tuo giudizio incerto mi sarebbe sembrato ovvio. Tu invece non hai detto niente, hai solo annunciato che avresti detto qualcosa, ma non lo hai fatto”.

Anche in questa lettera c’è un messaggio chiarissimo: se non ti piace il mio aspetto fisico, (v. il riferimento alla foto), non me ne importa nulla, perché non è sul mio aspetto che faccio affidamento per essere amato. Ma se non mi prendi in considerazione seriamente come scrittore, fino al punto che ritieni superfluo dirmi se un mio scritto ti piace o no, dai prova di insensibilità e mi costringi a mettere in dubbio il tuo amore per me.

Altre lettere sono interessanti per capire come il procedere nella stesura delle sue opere sia per Kafka un percorso assolutamente accidentato, con continui passaggi dall’estasi degli stati di grazia alla disperazione dei momenti di stanca.

In una lettera scritta nella notte dell’Epifania del 1913, paragona l’ispirazione ad un carro in grado di trasportare con leggerezza e velocità il peso del romanzo.“Povera , povera cara, vorrei che tu non ti sentissi obbligata a leggere il misero romanzo che sto mettendo insieme tristemente. E’ terribile vedere come sappia modificare il suo aspetto; quando il peso ( con quale slancio sto scrivendo! Come volano le macchie d’inchiostro!) sta sopra il carro, mi sento bene, mi entusiasmo allo schiocco della frusta e sono un gran signore! Ma se mi cade giù dal carro(…) il peso sembra troppo greve per le mie povere spalle e allora preferirei piantare ogni cosa e scavarmi la fossa lì sul posto.”G. Cusumano

Categorie: cultura
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Raid del Pigneto, smontata la favola dei neonazisti?

Maggio 29, 2008 · 1 Commento

E’ sempre più difficile capire quello che succede in Italia.

Anche perchè spesso accade che i fatti ci vengano raccontati adattandoli forzosamente a schemi precostituiti, a luoghi comuni mediatici.

Uno dei luoghi comuni mediatici più diffusi in questo momento è quello che attribuisce esclusivamente a chi milita nei partiti di estrema destra comportamenti xenofobi o atti di violenza.

E’ quello che è accaduto per quanto riguarda i fatti del Pigneto, il quartiere romano in cui sono stati recentemente devastati alcuni esercizi commerciali gestiti da extracomunitari.

Puntualmente si è parlato di naziskin.

Puntualmente si è detto che a favorire incidenti del genere è il nuovo clima che soffia nel paese dopo la vittoria elettorale delle destre.

Per fortuna poi esistono i bravi giornalisti che sanno fare il loro mestiere che non è quello di fare delle congetture, ma di andare alla ricerca dei protagonisti delle storie e dei fatti.

E’ quello che ha fatto Carlo Bonini di Repubblica. E’ andato a cercarsi il protagonista del fatto ( che gli inquirenti cercano ancora) e gli ha dato voce.

E’ un’intervista che fa riflettere e che ci dimostra che i fenomeni sono molto più complessi di come ci vengono schematicamente raccontati.

Forse, e sottolineo forse, il fatto che ci sia un nuovo governo di centrodestra favorisce il verificarsi di incidenti come quello del Pigneto.

Sicuramente leggendo questo articolo si ha la conferma di un fatto di cui è consapevole chiunque, anche se imbottito di ‘verità” televisive, viva in mezzo ai suoi simili in questo paese.

E il fatto è questo : l’insofferenza nei confronti di comportamenti illeciti o semplicemente incivili degli stranieri residenti nel nostro territorio non appartiene solo a chi si nutre di ideologie di estrema destra.

L’uomo del raid del Pigneto

Carlo Bonini- Repubblica 29 maggio 2008


L’uomo del raid del Pigneto, “l’italiano sulla cinquantina” cui la polizia cerca da cinque giorni di dare un volto, il più vecchio tra i mazzieri, il “Capo”, arriva all’appuntamento ai tavolini di un bar che è notte. Ha i capelli brizzolati, gli occhi lucidi come di chi è in preda a una febbre. Allunga la mano in una stretta decisa che gli fa dondolare il ciondolo d’oro al polso.

“Eccome qua, io sarei il nazista che stanno a cercà da tutti i pizzi. Guarda qua. Guarda quanto sò nazista…”. La mano sinistra solleva la manica destra del giubbetto di cotone verde che indossa, scoprendo la pelle. L’avambraccio è un unico, grande tatuaggio di Ernesto Che Guevara.

“Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera”. L’uomo ha 48 anni. Delle figlie ancora piccole. Una storia difficile di galera e di imputazioni per rapina. E, naturalmente, un nome. “Quello lo saprai molto presto. Il giorno che mi presento al magistrato, perché quel giorno il mio nome non sarà più un segreto. Mi presento, parola mia. La faccio finita cò ’sta storia. Ma ci voglio andare con le gambe mie a presentarmi. Nun me vojo fà beve (arrestare ndr.) a casa. Perciò, se proprio serve un nome a casaccio, scrivi Ernesto… “.

Segue su Repubblica.it

Categorie: annotazioni
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Proust, Gide, Gogol, James tutti segaioli.

Maggio 26, 2008 · 1 Commento

Alina Reyes (dal sito www.alinareyes.com)
L’autrice del «Macellaio» racconta senza pudori i suoi incontri amorosi

Di Ranieri Polese ( corriere della sera del 23 gennaio 2007)
«Inginocchiata davanti al suo tesoro, sono una bimba davanti all’albero di Natale, dritto, splendente e così bello, con le sue palle piene di promesse. In cuor mio prego Babbo Natale, spero di essere stata tanto buona da meritare il mio regalo». Dopo quasi trenta libri pubblicati (il primo, Il macellaio del 1988, le regalò subito il successo in Francia e nel mondo), Alina Reyes non ha perso il gusto del sesso; sesso da vivere, sesso da fantasticare, sesso da scrivere.
Nei 69 capitoletti del suo ultimo lavoro Amori — Diario di Rrosa (dove rrosa con la doppia r è insieme il nome di chi scrive ed è il nome della cosa, di quella cosa lì), Alina racconta i suoi otto amori, otto incontri — potrebbero comunque essere molti di più, ma ognuno indica un momento della vita della narratrice e una qualche specialità sessuale — con uomini generalmente indefiniti, spesso vivi nella memoria solo per la loro partecipazione ai giochi di eros.

Pagine in cui tutto è detto, proprio tutto, anche se le cose dell’amore hanno nomi vegetali (rrosa, rosellina, stelo). Dire, fare, baciare, guardare, odorare, carezzare, toccare; e ancora, liquidi, fremiti, calori e brividi, odori e palpiti: sono i linguaggi del corpo che si ascolta e si osserva. C’è la volta in cui Rrosa e il suo amante si prendono sulle tegole inclinate di un tetto; quella in cui lui, un altro, si fa spalmare di crema chantilly o di marmellata; c’è quello che le chiede di poterla depilare, c’è il giovane che si eccita vedendo la biancheria sexy, e anche quello che siede davanti al computer mentre lei sta sotto il tavolo.

Di questi uomini sappiamo poco, il raffinato giovanotto cerebrale somiglia un po’ a Bob Dylan e un po’ ad Alain Delon; l’atleta biondo posa per un pittore famoso; il bel tenebroso suona in un gruppo rock e le manda lunghissime lettere tappezzate di disegni a inchiostro. Ma perché questi racconti, perché questo libro? La risposta si trova al capitolo 58: «Le anime meschine pensino pure con un ghigno che Rrosa scrive sulla sua rrosa per far soldi. Sì, certamente. Non potrebbe farlo, però, se non sentisse, regolarmente, il bisogno di godere scrivendo. Scrivere, anche quando non parla né di rrosa né di stelo, è la più grande e la più bella perversione erotica di Rrosa».

A chi pensa che il desiderio sia morto e che la scrittura erotica — nonostante gli elenchi un po’ pedanti di Catherine Millet — sia ormai in fase terminale (da tre anni, il premio spagnolo «La sonrisa vertical» non viene più assegnato) Alina Reyes ha degli insegnamenti da dare. Con quel suo gioco innocente e scostumato, lei che fin dagli esordi scelse di cambiarsi il nome prendendolo da un racconto di Cortàzar, ha idee chiare in proposito. Rinuncia al racconto di una storia (sa che possono annoiare), scrive cattivi pensieri perché quelli non stancano mai.

Al capitolo 32 si legge: «Scrivere questo diario mi mette voglia di masturbarmi. La mano che scrive è la stessa che masturba. Quando le donne sapranno masturbarsi quanto gli uomini, scriveranno libri altrettanto grandi».

Patrick Besson, scrittore francese carico di premi e di record di vendite, recensendo il libro, commenta divertito: «E certo Alina Reyes sa che i più grandi scrittori furono dei gran segaioli: Proust, Gide, Gogol, James…».

Categorie: libri
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Caro Proust, perdonatemi se vi ho stroncato. Firmato Gide.

Maggio 26, 2008 · Lascia un Commento

Nel 1912 Marcel Proust scrive all’editore Gaston Gallimard proponendogli la pubblicazione di una parte della Recherche, che a quel tempo non aveva ancora terminato.

Il manoscritto viene affidato ad Andrè Gide. condirettore della prestigiosa rivista che era il fiore all’occhiello della casa editrice, la “Nouvelle Revue Francaise”.

Gide aveva conosciuto Proust circa vent’anni prima, a casa di Gabriel Trarieux, poeta simbolista.

Lo aveva classificato subito come uno snob. Negli anni successivi, leggendo i suoi articoli su “Le Figaro”, aveva continuato a pensare a lui come ad un mondano dilettante, come ad un letterato di piccolo cabotaggio, di quelli che lo stesso Proust anni dopo avrebbe collocato nel salotto della sua Madame Verdurin.

E’ partendo da questo radicato pregiudizio che Andrè Gide affronta il compito di valutare il manoscritto di Proust.

Che respinge.

Con il risultato di costringere l’autore della Recherche a rivolgersi all’editore Bernard Grasset che accetta di pubblicare “Dalla parte di Swann” nel novembre del 1913.

Due mesi dopo la pubblicazione dl volume arriva a Proust una lettera di scuse di Gide che incomincia così:

Mio caro Proust

Da qualche giorno non lascio più il vostro libro; me ne sazio con diletto, mi ci sprofondo. Ahimè! Perchè deve essermi così doloroso amarlo tanto?..Aver rifiutato questo libro rimarrà il più grave errore della Nouvelle Revue Francaise e ( poichè ho la vergogna di esserne in gran parte responsabile) uno dei rimpianti, dei rimorsi più cocenti della mia vita.

Segue una aperta e quasi incredibile confessione delle modalità con le quali ha esaminato il manoscritto decidendo di scartarlo:

“Non avevo a disposizione che uno solo dei quaderni del vostro libro, che aprii con mano distratta, e la sfortuna volle che la mia attenzione cadesse subito nella tazza di camomilla di pag. 62, poi inciampasse a pag.64 nella frase ( la sola del libro che non so spiegarmi) in cui si parla di una fronte da cui traspaiono le vertebre”

La lettera si chiude con una supplica:

“Non me lo perdonerò mai- ed è soltanto per alleviare un poco il dolore che mi confesso a voi questa mattina- supplicandovi di essere più indulgente con me di quanto sia io stesso”

E’ noto poi come andarono le cose: la Nouvelle Revue Francaise, per il tramite di Gide, offrì a Proust di riscattare il primo volume da Grasset e di pubblicare i volumi successivi.

CONTINUA NE IL MESTIERE DI LEGGERE

Filippo Cusumano

Categorie: epistolari · lettere · libri · proust
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Mutui: che fare?

Maggio 24, 2008 · Lascia un Commento

Claudio Borghi- Il Giornale 24 maggio 2008

Conviene essere chiari sin da subito: l’accordo banche-Governo sulla rinegoziazione dei mutui non contiene nessun regalo, si tratta però di un intelligente e salutare aiuto «educativo» per chi non è avvezzo a complicate questioni economiche, vale a dire la grande maggioranza degli italiani.

Tecnicamente parlando, quella prospettata dal governo è una conversione tra un mutuo a «tasso variabile e durata costante» ed uno a «rata costante e durata variabile». i

In poche parole il beneficio di avere una rata sempre uguale e più bassa dell’attuale si paga con un’incertezza sulla durata residua del mutuo: in caso di tassi costanti o in salita rispetto ad oggi il debito scadrà più tardi, se invece i tassi dovessero scendere a lungo sotto i livelli del 2006 il mutuo potrebbe estinguersi anticipatamente.

A questo punto la domanda che ci si pone è: conviene una conversione di questo tipo? Ebbene, anche se non sembra, finanziariamente si tratta pressoché della stessa cosa: l’unico elemento di considerazione è la comodità del singolo debitore che può scegliere se optare per una rata più bassa e un prestito presumibilmente più lungo o continuare come prima.
Rimangono immutate le prerogative del mutuo di partenza, vale a dire una convenienza in caso di tassi in discesa e una penalizzazione in caso di tassi in salita.

Una scelta del genere potrebbe essere utile in momenti come l’attuale di difficile congiuntura economica e può essere rimodificata in futuro.

La «furbata» del governo è tutta qui, indurre i cittadini a prendere coscienza di una scelta che essi avevano già a disposizione ma che pochissimi sfruttavano, senza ventilare alternative più rischiose.

Se ad esempio si fosse suggerita la possibilità di cambiare il tasso variabile in tasso fisso (opzione pure questa già da ora realizzabile) ci si sarebbe assunta una grave responsabilità in quanto, in caso di futuro ribasso dei tassi di interesse, l’operazione sarebbe risultata fortemente penalizzante per coloro che vi avessero aderito e i contenziosi sarebbero stati infiniti (e giustificati).

Non dimentichiamo che le operazioni realizzabili in uno scenario in cui i mutui sono liberamente trasformabili e flessibili sono molteplici: basta andare a «giocare» su uno dei siti internet gratuiti specializzati in mutui per scoprire che la gamma delle opzioni è pressoché infinita. È possibile dimezzare la rata raddoppiando la durata, è possibile passare da una banca ad un’altra, magari riuscendo a spuntare condizioni migliori, è possibile passare da tasso variabile a fisso a misto con opzione. Una volta recepito il messaggio si vedrà che la soluzione prevista dall’accordo banche-governo non è che una delle tante scelte disponibili per il cittadino informato.

Le possibilità c’erano già, e va dato atto al decreto Bersani del 2007 di averne posto le basi, ma non bastano le leggi, bisogna trovare il modo più adatto di informare i cittadini, che vanno in qualche modo «educati» alle novità, altrimenti ogni innovazione anche se positiva rimane uno sterile esercizio per iniziati.

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NUDE A CAVALLO CONTRO IL CANCRO ( le foto)

Maggio 23, 2008 · 2 Commenti

Venti donne cavalcano nude in Hyde Park per raccogliere fondi contro il cancro per il Maggie’s Cancer Support Centre. E per promuovere l’uscita in Dvd del film “Lady Godiva” (Ap)

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Tremonti fa “la cosa giusta”. Anzi, meglio, fa “una cosa di sinistra”

Maggio 23, 2008 · Lascia un Commento

Si è parlato a lungo della nuova stagione di Berlusconi, del suo sbandierato passaggio da uomo di parte a uomo di stato, dell’energia e della determinazione con la quale sta compiendo i primi passi in questa sua ennesima avventura governativa.

Staremo a vedere.

Un fatto è certo, però.

Come dice Di Pietro, l’uomo ha perso il pelo, ma non il vizio. Già in questi primi giorni il suo governo, in mezzo all’assordante coro di elogi per i provvedimenti d’urgenza su sicurezza e rifiuti, tenta di piazzare qua e là i soliti ordigni legislativi ad personam : vedi le norme sul patteggiamento dei processi in corso, per fortuna rientrate, vedi l’emendamento Salva-Rete4.

Ma chi invece sta tirando fuori un volto veramente nuovo è il “no-global “ Tremonti.

Non sappiamo con certezza con quali argomentazioni sia riuscito a convincere le banche ad accettare la rinegoziazione dei mutui a tasso variabile divenuti insostenibili negli ultimi tempi.

Non sappiamo se abbia usato la moral suasion ( avete veramente guadagnato troppo, adesso cercate di fare un passo indietro) o la ..fiscal suasion ( fate come vi dico oppure mando la guardia di finaza a spulciare le vostre carte) come insinuano alcuni retroscenisti .

Non ci interessa.

Fatto sta che adesso moltissime famiglie appartenenti ai ceti deboli tirano un sospiro di sollievo.

Siamo sicuri che le tv torneranno in massa a visitarle.

Durante il governo Prodi ci raccontavano il loro disagio ed il loro terrore di perdere la casa per l’impossibilità di pagare le rate del mutuo.Adesso ci racconteranno il loro sollievo per la diluizione del prestito.

Tutto è relativo, ovviamente.

Forse c’era eccessiva enfasi prima nel descrivere quel disagio, ce ne sarà sicuramente molta di più adesso nel raccontare di questo sollievo.

Ma sicuramente Tremonti ha fatto una cosa giusta.

Anzi, dirò di più: ha fatto una cosa di sinistra.

Avremmo voluto che la facessero Prodi e Bersani: in fondo li avevano votati per questo…

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Tocca tifare per Silvio e pure … per Roberto Mancini.

Maggio 22, 2008 · Lascia un Commento

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Berlusconi parte a razzo e, coerentemente con gli annunci fatti, mette mano ad alcuni dei problemi più scottanti del paese.

Risposte forti e concrete in apparenza.

E prese in maniera compatta ed univoca ( finalmente, tocca dire!)

Adesso, ovviamente, è atteso alla prova dei fatti.

Non siamo un paese in cui gli annunci mettono tutti tranquilli.

Abbiamo fatto il callo alle promesse disattese.

Ci aspettiamo sempre che si realizzi solo una piccola parte di quello che ci viene promesso.

Qualche volta, addirittura, nel momento stesso in cui ci viene promesso un intervento, capiamo al volo dalle reazioni delle lobby e dal brusio assordante dei benaltristi di peso, che non sarà efficace o, ancora più semplicemente, non andrà in porto.

E adesso?

Che accadrà adesso?

La solita storia?

Facciamo un paio di esempi.

Primo esempio: si annuncia l’arresto per chi cercherà di sabotare lo stoccaggio dei rifiuti nei siti che verranno individuati. Cosa succederà quando una folla di madri inermi si schiereranno davanti alle discariche per impedire l’accesso dei camion che trasportano i rifiuti?

Secondo esempio: e’ stato fatto un accordo con le banche per un alleggerimento del peso dei mutui. Chi lo vorrà potra abbandonare il mutuo a tasso variabile e tornare al tasso fisso, scegliendo di pagare quanto per questa tipologia di mutuo si pagava nel 2006. Cosa succederà se le banche, nonostante l’accordo, non faciliteranno questa operazione, continuando di fatto ad esigere la rata prevista?

In entrambi i casi succederà che alzeremo le spalle e diremo : “Siamo in Italia: quando si annuncia una cosa, poi non la si fa”.

Io spero che non sia così.

Già comunque, come detto sopra, registriamo un fatto nuovo: misure forti e assunte in maniera univoca.

Un passo avanti rispetto alla gestione precedente, che tutti, soprattutto noi che l’abbiamo votata, ricordiamo con disagio: andirivieni, contraddizioni, balbettii, prese di distanza dal governo da parte delle forze che lo appoggiavano o addirittura dai ministri stessi.

Ma il vero ed ulteriore salto di qualità deci sarà quando le cose annunciate si faranno sul serio.

Solo il giorno in cui i rifiuti cominceranno a sparire dalle strade, i mutui a decrescere, i violenti e i mafiosi andranno in galera per restarci a lungo, gli evasori e i bancarottieri saranno puniti, gli sprechi saranno seriamente contrastati potremo dare una risposta precisa al quesito che oggi pone a tutti IL Riformista:

FIDARSI O NON FIDARSI?

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Nel frattempo, pur non avendolo votato neanche stavolta, non ci resta che fare il tifo per chi governa il paese.

Noi interisti sappiamo come funziona: i tre quarti di noi non condividono la scelta di Mancini,ma quando l’Inter scende in campo mica tifiamo contro.

E forse, se Mancini continuasse a vincere, un giorno ci lasceremmo anche scappare che è un buon allenatore….

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Categorie: Berlusconi · annotazioni · costi politica · politica
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La grandezza di Paolo Conte spiegata ad una ragazza di vent’anni.

Maggio 21, 2008 · 1 Commento

Cara Giulia,

ti mando il file di Un Fachiro al Cinema di Paolo Conte

Mi sa che non la conosci.

E’ una piccola canzone, non tra le più note.

Ma è una tipica canzone contiana.

La musica è bellissima, suadente, quasi ti avvolge.

Le parole sembrano accessorie, inconsistenti, quasi un riempitivo.

Ma come sono funzionali ad esprimere stupore, stordimento: descrivono bene, senza retorica, la vertigine che ti prende quando incontri la persona che è destinata a prendere in mano le chiavi del tuo cuore ( con quante parole lo dico io e con quanta parsimonia e quasi pudore lo dice lui, che, diversamente da me, è un genio!).

Insomma una piccola grande canzone.

Mi ricorda un po’ quella frase capolavoro di Flaiano ( anche lui maestro dell’antiretorica) :

Quando capisci che sarà un grande amore? Quando dici a te stesso: ma chi è ’sta stronza?

Baci.

Papà

Mi sono perso un film
Perchè nel cinema
Tre file avanti, sì, eri tu…

Passasse il sole lontanamente da qui
Sopra le nebbie dell’ arte! Io sì,
Come un fachiro mi stiro e rigiro,
E mi storco e contorco.
Ti guardo e non guardo più…
Mi sono perso un film
Proprio in un cinema…
Han dato un altro film per me…
…Hello…

Categorie: annotazioni

Ci va carattere e solitudine ( omaggio a Paolo Conte)

Maggio 21, 2008 · 1 Commento

Era una vita che volevo andare a vedere Paolo Conte dal vivo.
Sicuramente non ci sarei andato neanche questa volta, se non fosse stato per la “convocazione” di mia figlia, contiana per ..contagio paterno, che, senza consultarmi (per essere sicura di avere ragione della mia pigrizia) ha preso i biglietti per lo spettacolo del 19 maggio al teatro degli Arcimboldi a Milano.

Regalo graditissimo ( anche per l’opportunità che mi ha offerto di passare una bellissima serata con lei ) ma soprattutto necessario.

Come tutti i regali che, più che per la loro bellezza, ti colpiscono per la loro utilità.

Assistere a quel concerto, infatti, non solo mi ha procurato un grande godimento estetico, ma mi consegnato anche un nuovo strumento di lettura della musica di questo grande chansonnier.

Paolo Conte non è un esibizionista.

Non perde tempo a raccontarsi.

Non racconta i perchè e i percome delle sue canzoni, come fanno molti cantautori.

Lui sta sul palco solo per cantare e suonare.(Sono venuto a suonare,sono venuto ad amare, e di nascosto a danzare).

Tutt’al più apre bocca per presentare i suoi orchestrali.

E, se è il solo a cantare, con la sua voce roca e sgraziata, con la sua faccia in prestito che si arriccia intorno al microfono, non è il solo a suonare: lo accompagna una piccola orchestra di prim’ordine alla quale viene dato un grandissimo spazio.

Ogni musicista suona vari strumenti. C’è chi suona la batteria e la marimba, chi il contrabbasso e la chitarra, chi la fisarmonica , il bandoneon, il clarinetto, il sax, chi l’oboe e il fagotto.

C’è poi un violinista strepitoso che voglio citare, Piergiorgio Rosso.

Ho passato una vita ad ascoltare le canzoni di Conte con lo stereo dell’auto.

Le persone care che mi stavano accanto non hanno mai del tutto accettato la mia scarsa abilità di guida, ma hanno sempre finito per capitolare con entusiasmo al mio fanatismo per Paolo Conte.

Ma l’ascolto si concentrava soprattutto sulle parole delle canzoni.

L’altra sera, al concerto, in primissimo piano c’era la musica.

Conte aveva scelto molte canzoni con lunghissimi assoli musicali .

Come mai mi era accaduto ascoltandolo dallo stereo, ho avuto modo di assaporare, quindi, anche la formidabile qualità della musica .

Insomma sono arrivato al concerto pensando a Paolo Conte come ad un grande poeta, abile nel musicare i suoi testi, ho capito, ascoltandolo dal vivo che è vero l’esatto contrario: siamo in presenza di un grande musicista che ha anche il dono della poesia.

D’altronde Conte nasce come musicista:

Sono diventato cantautore- ha detto in un’intervista- per forza delle cose. O piuttosto… per forza della musica. Tutto nasce dalla mia passione per la musica”.

In questo Conte si rivela unico nel mondo cantautorale, dal quale lo separa la prassi di composizione dei pezzi.

Il cantautore tipo privilegia il testo , che compone per primo, utilizzando poi la musica, come supporto emotivo e mnemonico del messaggio.

Conte, invece, si siede al pianoforte e “cerca” di cavarne fuori le “sue” musiche.

Poi, partendo da queste , arriva ai testi.

Quello che è quasi incredibile, e che fa di Paolo Conte un artista grandissimo e completo, è il fatto che i testi poi sono tutt’altro che accessori alle musiche.

Quello che accomuna produzione musicale e produzione poetica è la capacità di attingere da culture, atmosfere e modalità espressive diversississime creando un universo nuovo, che, nel rimandare a qualcosa che ci è noto, è al tempo stesso personalissimo e originale.

Un universo fatte di parole di gusto retrò come tinello, fortunale, scudisciata, guittezza,oppure desuete come galvanico, bovindo, macadam, macaia.

Oppure di fragranze e sapori come anice, vecchie lavande, afrore di coloniali, mentolo, caramelle alascane, curacaò, polenta e baccalà.

Di sensazioni tattili : lini, taffetà, sete, tulle. spolverini di percalle, golf di lana blu.

Di colori : l’amaranto della mitica Topolino, l’azzurro dei pomeriggi all’oratorio, il rosa della giarrattiera. l’arancione dei tramonti del tour de France, il marrone del tinello del padrone del Mocambo.

Insomma l’universo inimitabile di Paolo Conte.

Colui che ha scritto:

“Ci va carattere e fisarmonica,

senso del brivido e solitudine

per far musica, la grande musica”

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