Ci va carattere e solitudine ( omaggio a Paolo Conte)

Era una vita che volevo andare a vedere Paolo Conte dal vivo.
Sicuramente non ci sarei andato neanche questa volta, se non fosse stato per la “convocazione” di mia figlia, contiana per ..contagio paterno, che, senza consultarmi (per essere sicura di avere ragione della mia pigrizia) ha preso i biglietti per lo spettacolo del 19 maggio al teatro degli Arcimboldi a Milano.

Regalo graditissimo ( anche per l’opportunità che mi ha offerto di passare una bellissima serata con lei ) ma soprattutto necessario.

Come tutti i regali che, più che per la loro bellezza, ti colpiscono per la loro utilità.

Assistere a quel concerto, infatti, non solo mi ha procurato un grande godimento estetico, ma mi consegnato anche un nuovo strumento di lettura della musica di questo grande chansonnier.

Paolo Conte non è un esibizionista.

Non perde tempo a raccontarsi.

Non racconta i perchè e i percome delle sue canzoni, come fanno molti cantautori.

Lui sta sul palco solo per cantare e suonare.(Sono venuto a suonare,sono venuto ad amare, e di nascosto a danzare).

Tutt’al più apre bocca per presentare i suoi orchestrali.

E, se è il solo a cantare, con la sua voce roca e sgraziata, con la sua faccia in prestito che si arriccia intorno al microfono, non è il solo a suonare: lo accompagna una piccola orchestra di prim’ordine alla quale viene dato un grandissimo spazio.

Ogni musicista suona vari strumenti. C’è chi suona la batteria e la marimba, chi il contrabbasso e la chitarra, chi la fisarmonica , il bandoneon, il clarinetto, il sax, chi l’oboe e il fagotto.

C’è poi un violinista strepitoso che voglio citare, Piergiorgio Rosso.

Ho passato una vita ad ascoltare le canzoni di Conte con lo stereo dell’auto.

Le persone care che mi stavano accanto non hanno mai del tutto accettato la mia scarsa abilità di guida, ma hanno sempre finito per capitolare con entusiasmo al mio fanatismo per Paolo Conte.

Ma l’ascolto si concentrava soprattutto sulle parole delle canzoni.

L’altra sera, al concerto, in primissimo piano c’era la musica.

Conte aveva scelto molte canzoni con lunghissimi assoli musicali .

Come mai mi era accaduto ascoltandolo dallo stereo, ho avuto modo di assaporare, quindi, anche la formidabile qualità della musica .

Insomma sono arrivato al concerto pensando a Paolo Conte come ad un grande poeta, abile nel musicare i suoi testi, ho capito, ascoltandolo dal vivo che è vero l’esatto contrario: siamo in presenza di un grande musicista che ha anche il dono della poesia.

D’altronde Conte nasce come musicista:

Sono diventato cantautore– ha detto in un’intervista- per forza delle cose. O piuttosto… per forza della musica. Tutto nasce dalla mia passione per la musica”.

In questo Conte si rivela unico nel mondo cantautorale, dal quale lo separa la prassi di composizione dei pezzi.

Il cantautore tipo privilegia il testo , che compone per primo, utilizzando poi la musica, come supporto emotivo e mnemonico del messaggio.

Conte, invece, si siede al pianoforte e “cerca” di cavarne fuori le “sue” musiche.

Poi, partendo da queste , arriva ai testi.

Quello che è quasi incredibile, e che fa di Paolo Conte un artista grandissimo e completo, è il fatto che i testi poi sono tutt’altro che accessori alle musiche.

Quello che accomuna produzione musicale e produzione poetica è la capacità di attingere da culture, atmosfere e modalità espressive diversississime creando un universo nuovo, che, nel rimandare a qualcosa che ci è noto, è al tempo stesso personalissimo e originale.

Un universo fatte di parole di gusto retrò come tinello, fortunale, scudisciata, guittezza,oppure desuete come galvanico, bovindo, macadam, macaia.

Oppure di fragranze e sapori come anice, vecchie lavande, afrore di coloniali, mentolo, caramelle alascane, curacaò, polenta e baccalà.

Di sensazioni tattili : lini, taffetà, sete, tulle. spolverini di percalle, golf di lana blu.

Di colori : l’amaranto della mitica Topolino, l’azzurro dei pomeriggi all’oratorio, il rosa della giarrattiera. l’arancione dei tramonti del tour de France, il marrone del tinello del padrone del Mocambo.

Insomma l’universo inimitabile di Paolo Conte.

Colui che ha scritto:

“Ci va carattere e fisarmonica,

senso del brivido e solitudine

per far musica, la grande musica”

Una risposta a “Ci va carattere e solitudine ( omaggio a Paolo Conte)

  1. Sono d’accordo con la tua bellissima “analisi”, somiglia moltissimo a quel che penso (e provo) quando metto su Conte.
    La prima volta che l’ho ascoltato ho ricevuto la netta impressione che si DIVERTISSE a suonare. Come un matto. Per lui poggiare le dita sul pianoforte dev’essere una gioia notevole.

    Ne ho avuto conferma l’anno scorso al teatro romano di Ostia Antica, dove sono andato a vederlo. Uno dei più bei concerti della mia vita.
    Ho visto Conte godersi lo spasso di ogni canzone, perso nelle note, quasi impaziente di riprendere fra un pezzo e l’altro (riattacca sempre più presto che può, al punto che a volte “zittisce” gli applausi con le prime note :D). Ha trasmesso a tutto il teatro la fascinazione, il ritmo, gli odori polverosi del suo mondo anni ’30, e ci ha stupito con una “Bartali” cantata lenta quanto la Verde Milonga (ci sono rimasto secco, è incredibilmente strana e intrigante :D)…

    Che dire?
    Piacere di fare la conoscenza di un altro sfegatato fan der Paolone ^______^

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