Magritte, la genialità de “L’impero delle luci”

Rene-Magritte-L-impero-delle-luci--1954-6971Molti sono i quadri della collezione Gugghenehim  ( che si trova a 800 metri da casa mia, qui a Venezia) che mi hanno colpito.

Nessuno però ha la forza e il fascino de “l ‘impero delle luci” realizzato da Magritte nel 1954.

Il quadro rappresenta un paesaggio notturno sotto un cielo come lo si vede di giorno. Alla prima occhiata il quadro dà la sensazione di contemplare un’immagine molto ben dipinta, di taglio quasi fotografico.

Un’immagine bella e “riposante”, ma normalissima.

Solo al secondo impatto lo spettatore si rende conto di trovarsi di fronte ad un’immagine surreale.

Per Magritte, come per tutti i pittori surrealisti, l’immagine non è al servizio della riproduzione della realtà, è una cosa a sè, esiste cioè in maniera del tutto indipendente rispetto alla cosa che rappresenta.

Compito dell’artista, per Magritte, è interpretare la realtà, far emergere la verità nascosta .

‘L’impero delle luci’ è uno dei quadri che richiama di più gli ideali surrealisti. .

Quando, superata la sensazione di “normalità” che dà il dipinto alla prima occhiata iniziamo ad intuire il surreale del dipinto, subito ci cominciamo a porre delle domande.

Ad esempio: perché unire in una sola ed unica scena due momenti cosi differenti?

Magritte interpretava la sua opera in questo modo:

” Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e di notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia.”

Se la poesia di un’opera d’arte sta nella sua capacità di turbarci, di farci pensare, di estraniarci dalla realtà e di sorprenderci, allora questo dipinto di Magritte è un capolavoro assoluto.

Quello che turba, rapisce e incanta in questo dipinto è il fatto che sia la rappresentazione del giorno sia quella della notte sono perfettamente realistiche, quasi fotografiche.

Entrambe le immagini, il giorno e la notte, danno una sensazione di pace, di tranquillità, fanno pensare ad una immobilità del tempo e dello spazio, a paesaggi incantati e metafisici .

Quello che rende oscuro, inspiegabile e inquietante il quadro è l’albero che, nasconde il tetto della casa immersa nell’oscurità e costituisce elementodi separazione tra le due parti del dipinto.

Qualcuno ha detto che è come se una delle due parti del dipinto rappresentasse la realtà e l’altra la trasfigurazione della realtà, con al centro, rapresentato dal grande albero, il filtro della coscienza e della ragione.

A me piace invece pensare che sia il giorno sia la notte, nella loro bellezza, squillante di colori quella del giorno, raccolta ed intima quella della notte, rappresentino l’evasione,il margine che cerchiamo di prenderci al mattino, quando, per rimandare il momento del risveglio, ci rifugiamo nell’ultimo sogno.

Mentre l’albero è la realtà con il suo carico di delusioni, di inquietitudini e di prove difficili da affrontare.

3 risposte a “Magritte, la genialità de “L’impero delle luci”

  1. Ho ammirato anch’io quest’opera mentre giungeva in una trasferta italiana: Magritte è un grande artista che mi ha sempre affascinato.

  2. FORZA POESIA. è COSì. Una forza che parte da quel quadro, si ritrova in tutta la Gugghenhim (che lascia l’ impressione di essere entrati, più che in un museo da visitare come estranei, nei misteri e nell’ esistenza della sua illustre proprietaria), e che l’ intera Venezia emana.
    Insomma, per me la collezione Gugghenhim è speciale perchè si trova in quel luogo preciso, in quel punto di Venezia, alla fine di quella calle stretta e affacciata sull’ acqua, come un giardino segreto e accogliente. Insomma, là il tempo per un attimo si ferma, o meglio non è più tanto importante, e gironzolado tra le stanze non si può fare a meno di chiedersi: e per me, qui, quale vita ci sarebbe stata?
    Provando, chissà, l’ ebrezza di quell’ eccentrico cavaliere che spalanca le braccia nudo sulla terrazza…
    GRAZIE DELLA BELLA VISITA FILIPPO!

  3. Beh, Anna, è vero quello che dici, cioè che entrare nel museo Gugghenheim dovrebbe lasciare l’impressione di entrare “nel mistero e nell’esistenza della proprietaria”.
    Pur avendolo visitato più volte, non ero mai arrivato a questo tipo di sensazione.
    Forse dipende dal fatto che ho una vera passione per le case dei grandi e che non perdo occasione per visitarle ogni volta che mi sposto.
    Alcune sono esaltanti perchè numerosissime sono le tracce di chi vi ha abitato, come la casa di Charles Dickens a Londra o quella di Rembrandt ad Amsterdam ( per non parlare del nascondiglio di Anna Frank nella stessa città).
    Altre francamente deludenti, come la casa di Fernando Pessoa a Lisbona : ci sono solo le stanze che occupava, una scrivania e qualche manoscritto: avrei voluto vedere il letto dove riposava, la cucina dove si preparava il caffè ( se se lo preparava) la sua libreria, i quadri che teneva appesi alle pareti, ecc. Insomma respirare un po’ della sua vita di “sfigato” geniale.
    La casa migliore di tutte da questo punto di vista, tra quelle che ho visitato, è quella di Pablo Neruda a Valparaiso.
    Ti lascio il link:
    http://ilmestieredileggere.wordpress.com/2008/02/19/la-casa-di-neruda/

    Insomma, abituato a leggere, forse in maniera troppo grossolana, la presenza dei vecchi proprietari dalla quantità di segni lasciati sul campo, non avevo fatto alcuno sforzo , in casa Gugghenheim, per sintonizzarmi sulla vecchia proprietaria della villa e avvertire in qualche modo il segreto della sua esistenza.
    Eppure quei quadri erano la sua vita!
    Molto di più che se avessi trovato la sua stanza da letto ( quella dove, come ricorderai, è rimasta solo la testiera del letto, disegnata da Alexander Calder) il suo guardaroba ( dove adesso troneggia quella tristissima scimmia su sfondo rosso di Bacon), i tredici cagnetti impagliati o imbalsamati ( che per fortuna non ci sono!), o la sua cucina ( presidiata adesso da Balla, Severini e altri futuristi).
    Insomma, la vecchia Peggy è stata brava, ha lanciato e fatto diventare importanti e famosi artisti strepitosi che devono solo a lei il loro successo in vita ( molti di loro rischiavano di averlo da postumi o di non averlo affatto) ma adesso quelle presenze sono così forti che è difficile percepire la sua.
    Ma forse è colpa mia.
    La prossima volta ci torno per lei, invece che per Pollock. Proverò a sintonizzarmi meglio. Come hai fatto tu.

    La domanda che ti sei fatta tu, invece, me la sono posta anch’io: per me, qui dentro, che vita ci sarebbe stata? Dipende, mi sono risposto.
    Al posto di Peggy (con i suoi soldi e quella casa) tutta la vita!
    Al posto di uno dei suoi amanti o assistiti MAI. Non è una leggenda popolare o un falso pettegolezzo messo in giro dai suoi detrattori, ma è assolutamente vero che in quella grande casa c’era un solo telefono e …a gettone!
    Chi voleva utilizzarlo per chiamare gli stati uniti doveva premunirsi con una cariolata di monetine.
    Parafrasando De Gregori, qualcuno potrebbe dire “Non è da questi particolari che si giudica un mecenate”. Sarà,ma diffido sempre dell’avarizia, chi è troppo attento al suo denaro in genere è anche poco generoso nel dare se stesso agli altri.

    Sono contento che tu abbia apprezzato la gita. Spero che la prossima volta che verrete sia un giorno che c’è anche la Giulia, mi piacerebbe che tu la conoscessi.
    A presto.
    Filippo.

    P.S.
    Dimentico sempre di guardare Telechiara nell’ora deputata in cui potrebbero andare in onda i tuoi servizi. Un paio di volte ci sono capitato a telegiornale inoltrato e forse li avevano già dati. Mi sembra comunque un telegiornale ben fatto.
    Insisterò, in modo da darti un riscontro.

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