Dal terrorismo al governo del petrolio e dei fondi di investimento: ecco perchè Gheddafi è diventato un intoccabile.

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Nel Gazzettino di oggi appare una mia lettera sul viaggio in Italia del colonnello Gheddafi:

Avevo scritto:

Caro Gazzettino,
accogliamo con vero sollievo la partenza di Gheddafi.

E’ vero, molti decenni fa, Il nostro Paese ha sbagliato con il suo, sia pure arrivando per ultimo, tra le grandi potenze, al banchetto delle invasioni coloniali. E lui è venuto in Italia per rinfacciarcelo.

Il fatto che si sia presentato con una foto di un martire della resistenza libica, infatti, non mi ha particolarmente turbato. Ma il resto? Per tre giorni il colonnello è stato ricevuto dappertutto, accolto come un re e ossequiato da tutti.

In ogni occasione si è presentato in ritardo di almeno un’ora , pare per la necessità di presentarsi con un abito diverso. Ha parlato in ogni occasione, ascoltato come un oracolo, anche quando diceva corbellerie grandi quanto una casa. Tutti intorno a lui sembravano preoccupati di assecondarlo.

Interessi economici enormi (si è parlato di commesse in Libia per le imprese italiane per l’ammontare di 20 miliardi) l’accordo sui respingimenti: troppie partite in gioco per potersi permettere di scontentare il colonnello.

Hai visto mai che si offende e se ne va sbattendo la porta?
Abbiamo così assistito ad un vero contrappasso. Fummo potenza coloniale e trattammo i libici come sottoposti. Adesso arriva questo e tratta noi come gli italiani hanno trattato i libici. Insomma la colonia adesso siamo noi. Questo per dire che ha fatto bene Fini a “rinunciare” all’onore di incontrarlo. Meno male che Gianfranco c’è, verrebbe da dire…

Edoardo pittalis, vicedirettore del Gazzettino così mi risponde:

berluscagheddafiGli ospiti sono ospiti e vanno trattati come tali, anche quando sono scomodi o poco rispettosi.

Il problema va posto a monte, nel momento in cui si decide di invitarli.

La visita di Gheddafi, tenda compresa, aveva motivazioni economiche talmente potenti che ogni cosa è passata in secondo piano. L’incontro più riservato non è stato quello col premier o col Presidente, ma quello con l’amministratore delegato dell’Eni.

Gheddafi si è comportato come ha sempre fatto, ha precisato appena arrivato che era venuto solo perché gli era stata chiesta scusa e ha ostentato, anche nell’incontro con Napolitano, la fotografia di Omar el Mekhtar, l’eroe libico impiccato dai fascisti.

Il fatto che l’Italia sia arrivata ultima al banchetto coloniale, non rende il nostro colonialismo più buono e non concede attenuanti per i molti crimini commessi.

Dal 1911 e per trent’anni la resistenza libica fu piegata con impiccagioni di massa, rappresaglie, deportazioni. La Libia aveva 800 mila abitanti, l’Italia fascista ne uccise uno su otto.

La Libia di oggi è un’altra cosa, tratta con l’Italia alla quale vende ogni giorno mezzo milione di barili di petrolio; è un partner obbligato della politica italiana, indipendentemente dal colore dei governi. È socio non minoratario in Unicredit, conta nell’Eni.

L’accordo stretto tra Berlusconi e Gheddafi e ribadito in questi giorni a Roma è servito probabilmente a garantire una maggiore fedeltà del partner economico e più attenzione sulle coste per gli sbarchi di clandestini.

Dal Gheddafi romano non ci si doveva attendere niente di troppo diverso da quello che ha fatto. Era e resta un dittatore che da quarant’anni controlla un Paese nel quale sono ostentatamente negati i diritti umani.

Certo dal Colonnello non ci si aspettava una lezione di democrazia, invece non solo non l’ha risparmiata, ma è andato oltre.

Ha parlato di tutto: di donne e di forme di governo, ha perfino dato consigli su come fare in fretta. Gli avessero dato l’occasione avrebbe parlato anche di calcio. Qualche volta è arrivato in ritardo agli appuntamenti, qualche altra non è arrivato proprio. Ha fatto perdere la pazienza a chi lo aspettava, c’è un limite anche nel protocollo diplomatico.

Fini si è limitato a comportarsi come esigono il ruolo e l’istituzione; magari ha mostrato un pizzico di autonomia che sorprende perché di questi tempi nella politica italiana è merce rara.

Ma Gheddafi si è comportato come gli è stato consentito, negli applausi e nei ritardi. Il Colonnello è figlio dei tempi che lo hanno trasformato da “diabolico beduino” dittatore del primo “stato canaglia” da colpire per il Pentagono, all’attuale alleato dell’Occidente in un’area islamica ricca e turbolenta e sempre più complessa.

L’uomo che finanziava ogni genere di terrorismo mondiale, oggi esporta petrolio e “fondi sovrani” che sono ossigeno per le Borse asfittiche. Non ha trattato l’Italia da colonia, si è limitato a portarsi appresso l’icona del suo eroe.

L’Italia magari poteva domandargli conto degli italiani cacciati senza colpe e privati dei loro beni. Noi abbiamo paura del passato, sarà per questo che per trent’anni il governo italiano ha negato la circolazione di un mediocre film su Omar el Mekhtar, “Il leone del deserto”. Mediocre, nonostante tanti bravi attori, ma terribile come documento storico.


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