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Basta Berlusconi, oggi occupiamoci di Proust

proust2Nel 1912 Marcel Proust scrive all’editore Gaston Gallimard proponendogli la pubblicazione di una parte della Recherche, che a quel tempo non aveva ancora terminato.

Il manoscritto viene affidato ad Andrè Gide. condirettore della prestigiosa rivista che era il fiore all’occhiello della casa editrice, la “Nouvelle Revue Francaise”.

Gide aveva conosciuto Proust circa vent’anni prima, a casa di Gabriel Trarieux, poeta simbolista.

Lo aveva classificato subito come uno snob.

Negli anni successivi, leggendo i suoi articoli su “Le Figaro”, aveva continuato a pensare a lui come ad un mondano dilettante, come ad un letterato di piccolo cabotaggio, di quelli che lo stesso Proust anni dopo avrebbe collocato nel salotto della sua Madame Verdurin.

E’ partendo da questo radicato pregiudizio che Andrè Gide affronta il compito di valutare il manoscritto di Proust. Che respinge.

Con il risultato di costringere l’autore della Recherche a rivolgersi all’editore Bernard Grasset che accetta di pubblicare “Dalla parte di Swann” nel novembre del 1913. Due mesi dopo la pubblicazione dl volume arriva a Proust una lettera di scuse di Gide che incomincia così:

Mio caro Proust Da qualche giorno non lascio più il vostro libro; me ne sazio con diletto, mi ci sprofondo. Ahimè! Perchè deve essermi così doloroso amarlo tanto?..Aver rifiutato questo libro rimarrà il più grave errore della Nouvelle Revue Francaise e ( poichè ho la vergogna di esserne in gran parte responsabile) uno dei rimpianti, dei rimorsi più cocenti della mia vita.

Segue una aperta e quasi incredibile confessione delle modalità con le quali ha esaminato il manoscritto decidendo di scartarlo:

“Non avevo a disposizione che uno solo dei quaderni del vostro libro, che aprii con mano distratta, e la sfortuna volle che la mia attenzione cadesse subito nella tazza di camomilla di pag. 62, poi inciampasse a pag.64 nella frase ( la sola del libro che non so spiegarmi) in cui si parla di una fronte da cui traspaiono le vertebre”

La lettera si chiude con una supplica:

“Non me lo perdonerò mai- ed è soltanto per alleviare un poco il dolore che mi confesso a voi questa mattina- supplicandovi di essere più indulgente con me di quanto sia io stesso”

E’ noto poi come andarono le cose: la Nouvelle Revue Francaise, per il tramite di Gide, offrì a Proust di riscattare il primo volume da Grasset e di pubblicare i volumi successivi.

Da quel momento fino alla morte di Proust, avvenuta nel 1922, tra i due scrittori si intreccia un carteggio di grande intensità, pieno di riflessioni sulla vita e sulla scrittura.

Se ne può prendere visione leggendo il volume “Marcel Proust- Lettere a Andrè Gide” ( casa editrice SE- tascabili classici).

La cosa più interessante del volume è l’appendice che contiene un articolo di Gide apparso nel 1921 sulla Nouvelle Revue.

Ormai definitivamente conquistato dalla Recherche, Gide si lancia in un commento molto impegnativo: nessuno scrittore come lui, dice, ci ha arricchito.

Segue un’immagine che ci descrive meglio di ogni altra la grandezza di Proust.

Leggere Proust, ci spiega Gide, è come, quando si ha la vista debole e si ricevono finalmente in dono degli occhiali.

“Cominciamo a percepire improvvisamente il particolare dove fino a quel momento ci appariva soltanto una massa [….]. Proust è uno il cui sguardo è infinitamente più sottile e più attento del nostro, è uno che ci presta questo sguardo per tutto il tempo che lo leggiamo. […] Grazie a lui noi immaginiamo di avere sperimentato noi stessi quel particolare, lo riconosciamo, lo adottiamo ed è il nostro personale passato che una simile abbondanza viene ad arricchire. I libri di Proust, conclude Gide, agiscono come le sostanze che si versano su “quelle lastre fotografiche semivelate che sono i nostri ricordi”,facendone emergere poco alla volta volti, sorrisi, ricordi che “il tempo aveva trascinato con sè nell’oblio”.

La lettura di quest’articolo, con il suo tono di autorevole e definitiva consacrazione, arriva a Proust come “un bellissimo regalo di Natale fatto ad un bambino ( “sia pure molto vecchio”) o come “un miracoloso uovo di pasqua”.

Ogni frase -scrive Proust a Gide-è stata per me un incanto[…]. Ad ogni riga, mi dicevo: “Non è possibile che mi sia riservato qualcosa di stupendo”. Ma alla riga successiva il mago mi riportava un nuovo dono, e in quale forma! la più bella, la più sapiente, la più naturale che io conosca“.

gide

Quali sono gli scrittori che ci mancano di più?

pasolini_hTra gli scrittori che se ne sono andati ce ne sono alcuni che hanno lasciato un vuoto.

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Ci mancano la sensibilità e preveggenza di Pasolini, l’onestà intellettuale e la lucidità di Sciascia, il disincanto di Brancati e Flaiano.

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Il più bel libro del dopoguerra? “Il Male Oscuro” di Giuseppe Berto. Un’opinione isolata?

Può un romanzo descrivere un abisso ed essere al tempo stesso la cura attraverso la quale il suo autore torna a “riveder le stelle”?

E’ quello che, nel 1964, è accaduto con Il male oscuro, il formidabile romanzo attraverso il quale, dopo anni di difficoltà e di nevrosi, Giuseppe Berto, che nell’immediato dopoguerra era stato uno dei protagonisti della scena letteraria con il suo romanzo d’esordio “Il cielo è rosso”, tradotto in molti paesi del mondo, tornò al successo, dopo anni di nevrosi e di difficoltà di ogni genere.

La trama del romanzo riprende da vicino la vita dello scrittore ( mai romanzo è stato forse più autobiografico di questo): un intellettuale di provincia lavora nella Roma della “Dolce Vita”, come sceneggiatore cinematografico, in attesa di riuscire a creare il capolavoro letterario grazie al quale il suo nome passerà alla storia.

La morte del padre scatena in lui tutta una serie di sensi colpa che lo fanno piombare nella depressione e nella nevrosi.

In oltre quattrocento pagine, con uno stile personalissimo (praticamente senza punteggiatura, un vero e proprio stream of consciousness) Berto si racconta con  un tono amaro e disincantato, ma ricco di autoironia ed umorismo.

Dominano il romanzo la lotta contro la malattia, la storia d’amore con una giovane donna ( che per tutto il libro è definita “la ragazzetta”), la nascita della figlia, le aspirazioni artistiche, la sofferenza per l’ostracismo al quale lo condannano le conventicole letterarie per il suo atteggiamento anticonformistico.

La salvezza arriva con la psicoanalisi, che gli consentirà di afferrare il recondito significato della sua “guerra con il padre” e di riconciliarsi alla fine con se stesso. Il tono del libro è continuamente ironico e autoironico, Berto ride e ci fa ridere di se’ e delle proprie disgrazie, ma insieme all’ironia c’è l’amarezza.

Cinquant’anni dopo Svevo e il suo “La coscienza di Zeno”, ritroviamo il protagonista di un grande romanzo alle prese con i propri complessi di colpa e le proprie insufficienze e incertezze.

“Il male oscuro” e’ il primo vero e proprio romanzo psicoanalitico italiano, e anche se investe della sua ironia la disciplina freudiana,  ha anche il merito di farla conoscere in un’epoca in cui nessuno ne parlava.

“Il male oscuro” e’ probabilmente il piu’ attuale dei romanzi di Giuseppe Berto.

Mentre per il protagonista del romanzo la salvezza è fisicamente rappresentata dall’acquisto di una casa in Calabria, a Capo Vaticano, che diventa il luogo della serenità, della solitudine e del completo distacco dal mondo, nella vita di Giuseppe Berto la resurrezione e la salvezza arrivarono proprio attraverso lo straordinario successo di questo romanzo , vincitore nel corso della stessa estate del premio Viareggio e del premio Campiello, dopo essersi installato saldamente e per un lunghissimo periodo in testa alle classifiche di vendita.

Andando a ritirare il premio Viareggio con la moglie e la figlia ( la notizia lo aveva raggiunto proprio nella casa di Capo Vaticano), non poteva fare a meno di pensare che della giuria di quel premio facevano parte due eminenti letterati che in passato erano stati critici e addirittura ostili nei suoi confronti, Eugenio Montale e Natalino Sapegno. Entrambi avevano dovuto riconoscere la grandezza del libro.

P.S.

Ricordo con piacere questo libro perchè l’ho letto quando ancora frequentavo le medie e portavo, letteralmente, i calzoni corti.

Un giovane magistrato che frequentava la nostra casa, incuriosito dal successo del libro, lo aveva acquistato, arrendendosi dopo le prime due pagine. Mi fu facile quindi averlo da lui in prestito.

Lo divorai in pochi giorni e, appena lo ebbi finito, ricominciai a leggerlo, tra gli ondeggiamenti di testa di mio padre che, avendone letto alcune frasi qua e là, continuava a disapprovare dicendo: “Non è un libro per la tua età”

“Un’aura che incanta ed ammalia..” Il fascino irresistibile di Bruce Chatwin

E’ morto giovane, ma non così giovane come credono in molti. In fondo ha vissuto più di  coloro che avevano esercitato un influsso su di lui: Robert Louis Stevenson, T.E. Lawrence, Anton Checov, Robert Byron, Arthur Rimbaud.Se fosse vissuto più a lungo è allettante immaginarlo come una specie di di Andrè Malraux. Forse sarebbe stato simile alla descrizione che lo stesso Chatwin fece di Klaus Kinski: “un adolescente di sessant’anni, tutto vestito di bianco, con una criniera di capelli gialli”

Questo scrive Nicholas Shakespeare,autore di una monumentale biografia di Chatwin (“Chatwin”-Baldini e Castoldi).

Il libro è documentatissimo e pieno di informazioni e annedoti interessanti.

Ne emerge la figura di uno scrittore importante e singolare, di grandissimo talento, ma soprattutto di un uomo dal fascino incredibile, fuori del consueto.

Ecco alcune delle testimonianze che ho tratto da questo libro.

Susan Sontag, scrittrice:

Ci sono poche persone al mondo con una presenza che incanta ed ammalia.Se non ci si è preparati è come un pugno allo stomaco, il cuore manca in colpo. Non si tratta solo di bellezza, è un’aura che incanta ed ammalia, una luce negli occhi. E funziona con entrambi i sessi.

Shirley Conran, amica di Bruce Chatwin
Erano in tanti ad essere innamorati di Bruce e mi dispiace per loro.Tutti noi abbiamo amato delle persone e le abbiamo lasciate, ma quando Bruce passava all’amore successivo aveva la capacità di lasciarle con una tale sensazione di vuoto che credo non si siano mai riprese.Nello spazio di un pomeriggio entrava ed usciva dalla vita di una persona che sarebbe rimasta abbacinata per tutta la vita.

Colin Thubron
“La sua energia, il suo entusiasmo, la sua passione erano incredibili. Era comunicativo, ampliava gli orizzonti; avevi sempre l’impressione che disponesse della chiave per tutte le cose”

Salman Rushdie,scrittore:

“Era così individuale, così fortemente se stesso. Quando l’io è così sfaccettato come quello di Bruce, molta gente arriccia il naso: è quello che si paga per il fatto di valere qualcosa in quello che si fa. E di essere una persona interessante. Tra i miei contemporanei Bruce aveva la mente più colta e probabilmente più brillante in cui mi sia mai imbattuto.”

Gregor von Rezzori , scrittore, che ebbe modo di averlo spesso ospite in Italia, lo definiva il “ragazzo d’oro”:
“Bruce arrivò a casa mia con una 2CV bianca sul cui tetto aveva legato una tavola da surf.Aveva una testa da adolescente, netta nei contorni come una moneta appena coniata. Moneta stabile. Luminoso come il sole. Il sorriso pronto sempre leggermente di traverso. Sopra, lo sguardo penetrante. Negli occhi azzurri come il mare( che un tempo si erano accecati su troppe opere d’arte ) una inestinguibile curiosità. Nessuno avrebbe pensato che questo giovane tardivo sarebbe stato capace di scrivere qualcosa di più del suo nome. E invece era fulgido di promesse. Gli andai incontro e pensai che non ero mai stato come lui..così tutto di un pezzo.Era un ospite nato, ci arricchiva con i suoi annedoti e la sua presenza, come dovrebbero fare tutti gli scrittori
Chatvwin era talmente sicuro della sua capacità seduttiva da pensare di essere il benvenuto ovunque, anche quando capitava all’improvviso.
Di lui una conoscente argentina, evidentemente immune al suo fascino, dice che era arrogante, molto sicuro di sè e che, pur non conoscendo lo spagnolo, non faceva nulla per farsi capire.
Bruce viaggiava con un piccolo zaino nel quale teneva pochissimi indumenti ed i suoi famosi taccuini Mouleskine.
Era solito chiedere a perfette sconosciute, sempre contando sul suo fascino, ospitalità e servizi di lavanderia.Riceveva a volte comprensibili e sdegnati rifiuti.
Di una signora che si era rifiutata di ospitarlo scrive inviperito alla moglie Elisabeth.” Crede che sia solo un fannullone in cerca di un letto. Spero che anneghi”

Quello che avevano in comune Pasolini e Casanova

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“Per essere poeti bisogna avere molto tempo”

Leggo e rileggo questa frase di Pasolini, cercando nella memoria l’autore che diceva qualcosa di simile.
Finalmente me lo ricordo ( ed è una piccola conquista perchè il combinato disposto delle troppe letture fatte e dei neuroni che a decine mi abbandonano comincia  a creare qualche problema alla mia memoria).
Ma certo!
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Qualcosa di simile lo diceva Casanova.


Solo che lui sosteneva che è per conquistare le donne che serve avere molto tempo.
Nessuna contraddizione, in fondo.
Conquistare l’amore di una donna senza un minimo di poesia è praticamente impossibile.
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casanova, donne, Pasolini, poesia, tempo

Il Maestro e il Generale: Alberto Moravia visto da molto vicino.

(Filippo Cusumano acrilici e olio 90×90)

Mi capitava spesso di incontrare Alberto Moravia a Venezia, all’inizio degli anni ‘80.

Aveva comprato una casa, che stava proprio di fronte alle finestre del mio ufficio ( i due stabili erano separati da un canale largo non più di due metri) .

Stava facendo ristrutturare l’immobile e ogni tanto veniva per verificare l’avanzamento dei lavori. Stando seduto alla mia scrivania, di tanto in tanto, lo vedevo affacciarsi al balcone e fissare, quasi sempre accigliato e pensieroso, l’acqua scura del canale.

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Qualche volta lo vedevo parlare con l’architetto che si occupava della ristrutturazione dell’appartamento. Lo ascoltava con rara concentrazione, dando poi risposte secche e nervose, come a chi fa domande ovvie o inopportune.

Ma più spesso lo incontravo al cinema Accademia, un vecchio esercizio che adesso non c’è più, come quasi tutti i cinema veneziani di trent’anni fa.

Si sedeva molto vicino allo schermo ed era sempre accompagnato da un amico che, per tutta la proiezione, era impegnato a ripetergli le battute del film che il Maestro, ormai mezzo sordo, non era riuscito ad afferrare.

Spesso zittiti dagli altri spettatori, i due facevano finta di non accorgersene.

Terminati i lavori della casa, Moravia cominciò a venire a Venezia per brevi periodi, sempre accompagnato da qualche amico.

Un giorno mi capitò di incontrarlo in macelleria. C’erano due o tre persone prima di lui, il Maestro aspettava tranquillamente il suo turno con la solita espressione accigliata.

Indossava un elegante giubbotto di panno di stile militare, come nella foto che vedete qui sotto.alberto-moravia

All’improvviso entrò nella bottega e puntò immediatamente verso di lui un signore di un’ottantina d’anni, un vecchio generale in pensione che conoscevo di vista.Il generale si portò immediatamente davanti allo scrittore e iniziò a rimproverarlo aspramente.

Tutti i presenti fissavano la scena incuriositi, cercando di capire.

Alla fine fu chiaro a tutti che il generale, vicino di casa del Maestro, si lamentava del chiasso che, fino alle prime ore del mattino, proveniva dall’appartamento di quest’ultimo.

– Tutte le sere, tutte le sere!- urlò gesticolando il generale.

Il Maestro lo guardava con gli occhi sbarrati, incerto tra il desiderio dare delle spiegazioni e l’impulso ad abbandonare la macelleria.

– In fondo vengo qui poche volte all’anno e sempre per pochi giorni – provò a dire alla fine.

– Che significa? ribattè l’altro, implacabile- Che in quei pochi giorni lei e i suoi amici avete il diritto di disturbare i vicini con i vostri schiamazzi notturni?” .

– Schiamazzi? Era solo una discussione…- rispose debolmente il Maestro, guadagnando l’uscita della bottega e rinunciando alla sua ordinazione

– Schiamazzi, schiamazzi, schiamazzi, caro signore – si mise a scandire implacabile il generale, incalzandolo verso l’uscita e piazzandosi in mezzo alla calle, mentre l’altro si allontanava il più velocemente possibile.

Finito il suo show, il generale rientrò nella macelleria con aria soddisfatta. “La prossima volta chiamo il 113!” ci annuncio con tono deciso.

“Non le sembra di avere esagerato?” gli disse gentilmente una signora molto distinta “ è un grande scrittore e lei lo ha trattato come uno scolaretto”.

Il generale la guardò per un attimo poi, del tutto inaspettatamente,  sorrise.

“Semmai era un grande scrittore, cara signora. Sono quarant’anni ormai che continua a scrivere senza aver più nulla da dire”

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FILIPPO CUSUMANO

Proust, Gide, Gogol, James tutti segaioli.

Alina Reyes (dal sito www.alinareyes.com)
L’autrice del «Macellaio» racconta senza pudori i suoi incontri amorosi

Di Ranieri Polese ( corriere della sera del 23 gennaio 2007)
«Inginocchiata davanti al suo tesoro, sono una bimba davanti all’albero di Natale, dritto, splendente e così bello, con le sue palle piene di promesse. In cuor mio prego Babbo Natale, spero di essere stata tanto buona da meritare il mio regalo». Dopo quasi trenta libri pubblicati (il primo, Il macellaio del 1988, le regalò subito il successo in Francia e nel mondo), Alina Reyes non ha perso il gusto del sesso; sesso da vivere, sesso da fantasticare, sesso da scrivere.
Nei 69 capitoletti del suo ultimo lavoro Amori — Diario di Rrosa (dove rrosa con la doppia r è insieme il nome di chi scrive ed è il nome della cosa, di quella cosa lì), Alina racconta i suoi otto amori, otto incontri — potrebbero comunque essere molti di più, ma ognuno indica un momento della vita della narratrice e una qualche specialità sessuale — con uomini generalmente indefiniti, spesso vivi nella memoria solo per la loro partecipazione ai giochi di eros.

Pagine in cui tutto è detto, proprio tutto, anche se le cose dell’amore hanno nomi vegetali (rrosa, rosellina, stelo). Dire, fare, baciare, guardare, odorare, carezzare, toccare; e ancora, liquidi, fremiti, calori e brividi, odori e palpiti: sono i linguaggi del corpo che si ascolta e si osserva. C’è la volta in cui Rrosa e il suo amante si prendono sulle tegole inclinate di un tetto; quella in cui lui, un altro, si fa spalmare di crema chantilly o di marmellata; c’è quello che le chiede di poterla depilare, c’è il giovane che si eccita vedendo la biancheria sexy, e anche quello che siede davanti al computer mentre lei sta sotto il tavolo.

Di questi uomini sappiamo poco, il raffinato giovanotto cerebrale somiglia un po’ a Bob Dylan e un po’ ad Alain Delon; l’atleta biondo posa per un pittore famoso; il bel tenebroso suona in un gruppo rock e le manda lunghissime lettere tappezzate di disegni a inchiostro. Ma perché questi racconti, perché questo libro? La risposta si trova al capitolo 58: «Le anime meschine pensino pure con un ghigno che Rrosa scrive sulla sua rrosa per far soldi. Sì, certamente. Non potrebbe farlo, però, se non sentisse, regolarmente, il bisogno di godere scrivendo. Scrivere, anche quando non parla né di rrosa né di stelo, è la più grande e la più bella perversione erotica di Rrosa».

A chi pensa che il desiderio sia morto e che la scrittura erotica — nonostante gli elenchi un po’ pedanti di Catherine Millet — sia ormai in fase terminale (da tre anni, il premio spagnolo «La sonrisa vertical» non viene più assegnato) Alina Reyes ha degli insegnamenti da dare. Con quel suo gioco innocente e scostumato, lei che fin dagli esordi scelse di cambiarsi il nome prendendolo da un racconto di Cortàzar, ha idee chiare in proposito. Rinuncia al racconto di una storia (sa che possono annoiare), scrive cattivi pensieri perché quelli non stancano mai.

Al capitolo 32 si legge: «Scrivere questo diario mi mette voglia di masturbarmi. La mano che scrive è la stessa che masturba. Quando le donne sapranno masturbarsi quanto gli uomini, scriveranno libri altrettanto grandi».

Patrick Besson, scrittore francese carico di premi e di record di vendite, recensendo il libro, commenta divertito: «E certo Alina Reyes sa che i più grandi scrittori furono dei gran segaioli: Proust, Gide, Gogol, James…».

Caro Proust, perdonatemi se vi ho stroncato. Firmato Gide.

Nel 1912 Marcel Proust scrive all’editore Gaston Gallimard proponendogli la pubblicazione di una parte della Recherche, che a quel tempo non aveva ancora terminato.

Il manoscritto viene affidato ad Andrè Gide. condirettore della prestigiosa rivista che era il fiore all’occhiello della casa editrice, la “Nouvelle Revue Francaise”.

Gide aveva conosciuto Proust circa vent’anni prima, a casa di Gabriel Trarieux, poeta simbolista.

Lo aveva classificato subito come uno snob. Negli anni successivi, leggendo i suoi articoli su “Le Figaro”, aveva continuato a pensare a lui come ad un mondano dilettante, come ad un letterato di piccolo cabotaggio, di quelli che lo stesso Proust anni dopo avrebbe collocato nel salotto della sua Madame Verdurin.

E’ partendo da questo radicato pregiudizio che Andrè Gide affronta il compito di valutare il manoscritto di Proust.

Che respinge.

Con il risultato di costringere l’autore della Recherche a rivolgersi all’editore Bernard Grasset che accetta di pubblicare “Dalla parte di Swann” nel novembre del 1913.

Due mesi dopo la pubblicazione dl volume arriva a Proust una lettera di scuse di Gide che incomincia così:

Mio caro Proust

Da qualche giorno non lascio più il vostro libro; me ne sazio con diletto, mi ci sprofondo. Ahimè! Perchè deve essermi così doloroso amarlo tanto?..Aver rifiutato questo libro rimarrà il più grave errore della Nouvelle Revue Francaise e ( poichè ho la vergogna di esserne in gran parte responsabile) uno dei rimpianti, dei rimorsi più cocenti della mia vita.

Segue una aperta e quasi incredibile confessione delle modalità con le quali ha esaminato il manoscritto decidendo di scartarlo:

“Non avevo a disposizione che uno solo dei quaderni del vostro libro, che aprii con mano distratta, e la sfortuna volle che la mia attenzione cadesse subito nella tazza di camomilla di pag. 62, poi inciampasse a pag.64 nella frase ( la sola del libro che non so spiegarmi) in cui si parla di una fronte da cui traspaiono le vertebre”

La lettera si chiude con una supplica:

“Non me lo perdonerò mai- ed è soltanto per alleviare un poco il dolore che mi confesso a voi questa mattina- supplicandovi di essere più indulgente con me di quanto sia io stesso”

E’ noto poi come andarono le cose: la Nouvelle Revue Francaise, per il tramite di Gide, offrì a Proust di riscattare il primo volume da Grasset e di pubblicare i volumi successivi.

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Filippo Cusumano

Album Hemingway: cento formidabili foto

2399787743_a515d0a476.jpg?v=0Per capire a fondo uno scrittore è necessario conoscere la sua vita privata.

Gli incontri fatti, le esperienze vissute, perfino i piccoli aneddoti e le abitudini personali servono a completare il quadro, soprattutto quando si è in presenza di una personalità complessa.

E’ il motivo questo, che rende interessanti ed utili le biografie dei grandi scrittori.

Se poi la biografia è ricchissima, oltre che di annotazioni sulla vita dello scrittore, anche di fotografie che illustrano i diversi episodi della sua vita, la lettura diventa, oltre che utile e interessante, anche molto divertente.

Utile, interessante, divertente: tutti e tre gli aggettivi si adattano pienamente ad “Album Hemingway” ( Oscar Mondadori 2007).

Azzeccato il titolo.

“Album Hemingway” non è una biografia con fotografie, è esattamente il contrario: è un album fotografico con delle annotazioni biografiche.

La parte scritta del volume è opera di uno studioso di alto livello come Masolino d’Amico. Le foto sono numerosissime: vediamo la casa natale di Hemingway di Oak Park, vicino a Chicago, i genitori dello scrittore ( lui alto e bello con una grande barba nera, molto simile al figlio, lei massiccia e con un’espressione autoritaria) il piccolo Ernest con la sorellina ( entrambi vestiti come bambine per un capriccio materno) .

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Insomma, se amate Hemingway e volete fare una full immersion nella sua vita pubblica e privata, questo libretto pieno di bellissime fotografie ( alcune son addirittura del mitico Robert Capa) è sicuramente il modo più divertente e meno impegnativo per farlo.

Il testo completo dell’articolo è ne

IL MESTIERE DI LEGGERE

Il nido del cuculo ( omaggio a Vladimir Majakovskij )

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Vladimir Majakovskij conosce nel 1915, all’età di 22 anni, Lilja Brik, moglie del critico Osip Brik, suo amico e compagno di battaglie, e se ne innamora.

Diventa un ospite fisso della coppia, dedica le sue poesie a Lilja, per piacerle va a farsi curare i denti e si veste con eleganza; alla fine si installa addirittura in casa dei due.

Inizia così tra Majakovskij, Lilja e Osip un incredibile rapporto a tre che continuerà per molti anni.

Per Majakovskij Lilja sarà il solo grande amore della sua vita, ma Lilja amerà sempre e solo il marito, tanto che dopo la sua morte dirà: «Quando Majakovskij si è sparato è morto un grande poeta, ma quando è morto Osip sono morta anch’io”

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Vladimir e Lilja si scrivono molte lettere.

Quelle di lui sono febbrili, drammatiche, quelle di lei trattenute e sbrigative.

In una lettera Vladimir le scrive:

“In te non c’è amore per me, in te c’è amore in genere, per tutto. Vi occupo un posto anch’io ( forse persino importante), ma se scompaio, allora verrò fatto fuori, come una pietra da un fiume, mentre il tuo amore nuovamente riemergerà su tutto il resto”

Un amico comune, il poeta Nikolai Aseev descrive così il menage a tre del poeta con i coniugi Brik:

“Lui fuggiva la quotidianità e le sue forme tradizionali, tra cui la più importante era la famiglia… E trovò una famiglia in cui, come un cuculo, volò per sua scelta, senza però scacciare nè danneggiare gli inquilini”.

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Nella sua lettera di commiato scritta pochi istanti prima di uccidersi, Vladimir scrive:

«A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non e’ una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia e’ Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja. Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio.[…] Come si dice, l’incidente e’ chiuso. La barca dell’amore si e’ spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici».