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Lode all’avvocato Ghedini detto MaVaLa’

intercettazioni vignettaNicolò Ghedini è un eroe dei nostri tempi.

Chi affronterebbe impavido, come lui fa , impopolarità e ignominia pur di difendere il suo capo e cliente?

Pochi si spingerebbero dove lui si spinge.

A negare l’evidenza, pur di non farci capire la portata dei provvedimenti da lui stesso suggeriti per salvare la casta e in particolare l’esponente principe della Casta, cioè il premier.

Ieri sera, ad Anno Zero, ha raggiunto le vette più alte della sua arte.

Cercando di dimostrare l’indimostrabile.

Cioè che la legge sulle intercettazioni NON è un GROSSISSIMO regalo per i delinquenti.

Non entro nel merito della questione, l’ho già fatto in articoli precedenti in questo stesso blog.
Ma soprattutto l’hanno fatto da par loro due magistrati di livello quali Caselli e Spataro.

Voglio solo dire che delle due l’una:

O mente sapendo di mentire ( e questo sarebbe ignobile) oppure non ha capito la portata del provvedimento e allora è un ben misero avvocato.

In compenso sa come usare il mezzo televisivo. Interrompe quotidianamente l’antagonista con frasi sincopate tipo : MA VA LA? MA COSA DICE? e a velocità supersonica cita articoli del codice.

Tutto gli interessa, tranne che far capire ai telespettatori di cosa si sta parlando.

Quando le questioni sono così sconcie e scabrose, meglio buttarla in caciara.

E lui in questo è bravissimo.

Un vero eroe. Forse il più prezioso dei collaboratori di Silvio.

Ma posso dire una cosa?

Preferirei che venisse Silvio in persona.

Per due motivi: perchè è meno abile e si impiccherebbe con le sue mani, perchè è meno antipatico e sgradevole di questo avvocaticchio dotato di naturale repellenza.

Ghedini mavalaaaa

Mancano solo Bontate & Badalamenti: a Porta a Porta il santino di Andreotti.

Marco Travaglio (l’Unità 15/01/09)

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Anche la terza Camera del Parlamento,“Porta a Porta”, ha festeggiato il 90˚ compleanno di Giulio Andreotti.

Alla tetra cerimonia hanno partecipato: Cossiga, il palo; Macaluso, il difensore non retribuito «de sinistra»; Giulia Bongiorno, la difensora retribuita «de destra»; Pisanu, l’Andreotti sardo; Piercasinando, il lattante; Massimo Franco, il biografo autorizzato; e naturalmente Vespa, il maggiordomo.

Mancavano solo Bontate e Badalamenti, prematuramente scomparsi. La Bongiorno tentava per l’ennesima volta di dimostrare l’assoluzione del suo cliente (in realtà salvato dalla prescrizione per il delitto di mafia commesso fino al 1980) e ci riusciva benissimo, visto che non c’era nessuno a contraddirla e a rammentare che, per un’accusa così grave, alla prescrizione si dovrebbe rinunciare.

Macaluso biascicava le solite giaculatorie sulla «responsabilità morale», come se lamafia non fosse un reato.

Pisanu delirava sul «processo Andreotti per distruggere la Dc», senza spiegare a quale partito fosse mai iscritto Mattarella.

Piercasinando invocava la riforma della giustizia per evitare processi come quello.

Ogni tanto, a svegliare lo scarso pubblico superstite, provvedeva l’emerito Cossiga con i toni pacati tipici dello statista: bava alla bocca, occhi iniettati di sangue, violente minacce a Caselli, ovviamente assente («in un altro paese lo prenderebbero a calci nel sedere»).

Eppure la pompa funebre di “Porta a Porta” è stata utilissima: se l’insetto la fa franca anche stavolta, nessuno potrà più invocare il «contraddittorio» o protestare contro la «gogna mediatica» e le trasmissioni «a senso unico». Grazie, Bruno.

“Per battere la mafia non si può essere moderati”

Il Generale Dalla Chiesa – ricorda Gian Carlo Caselli – nel 1982 disse che lo Stato non si occupava abbastanza della mafia, e che la mafia era insediata nella maggior parte delle città italiane.

Possiamo dire che sia cambiato qualcosa in questi 26 anni?

Possiamo affermare che lo Stato abbia lanciato un messaggio univoco e inequivocabile, di condanna decisa alla criminalità organizzata?

Lo ha detto bene Nando Dalla Chiesa;  per combattere un fenomeno radicale come la mafia, non si può essere moderati, bisogna essere radicali.
Rinunciare al Sistema è rischioso, ci sono in ballo consenso, voti, quattrini.
Ma è anche vero che è proprio qui che viene fuori la qualità degli uomini delle istituzioni, è qui che si vede chi è disposto  a perdere un pezzo o un elemento del proprio partito in nome della propria dignità e della credibilità politica del paese.

E’ vero ciò che ha detto Francesco Forgione: bisogna smettere di dire, in maniera generica e quasi rituale, che c’è bisogno di più Stato.Lo Stato, fino ad oggi,  è stato presente spesso nella forma della doppiezza mafiosa e delle repressioni.
Ora c’è bisogno, piuttosto, di consapevolezza sociale, di valori, principi e diritti in una democrazia condivisa e includente.

C’è bisogno di una cultura alternativa, come quella che voleva diffondere Peppino Impastato.

C’è bisogno di combattere Cosa Nostra con il suo esatto opposto: la Res Publica.

Giulia Cusumano

– vedi testo integrale in Articolo 21