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Villari morirà ( politicamente), ma seduto fino alla fine su una Poltrona!

villari1Roberto Villari resta  nella trincea della Vigilanza Rai, malgrado le  pressioni. La richiesta è che lasci spazio all’intesa faticosamente raggiunta tra Pd e Pdl per la presidenza di Sergio Zavoli.

Il primo ad  intervenire è Fini, che.  in una nota, ha richiamato  Villari alla «responsabilità politica», : «Rassegni le dimissioni per garantire piena funzionalità alla commissione ».

Fini
, dal suo ruolo di presidente della Camera, rompe il muro del centrodestra che, fino a quel momento, aveva rinviato la palla nel campo del Pd.

«È un problema loro», avevano detto i capigruppo parlamentari del Pdl.

Ma, a stretto giro, su Villari interviene anche Schifani: il suo compito «si è positivamente concluso, ora si dimetta».

Infine, in serata perfino Silvio Berlusconi mette nero su bianco. «Maggioranza e opposizione – scrive il Cavaliere – hanno condiviso e concordato la designazione del senatore Zavoli  a presidente della Vigilanza. Il senatore Villari può dirsi soddisfatto di avere in fondo contribuito a determinare queste condizioni e può quindi serenamente rassegnare le dimissioni convinto così di rendere un servizio alle istituzioni».

Ma Villari non molla. Ormai ci ha preso gusto alle Luci della Ribalta.

Vuol fare fino all’ultimo Il Cavaliere della Valle Solitaria.

Sa di essere ormai l’unica vittima ( grazie anche alla sua slealtà e ostinazione) di questa squallida pochade, sa di essere ormai morto ( dal punto di vista politico) ma ci tiene a morire seduto su una poltrona.

Verrebbe da tifare per lui perchè ti viene il sospetto che abbia ragione uno che  riesce ad avere contro praticamente tutti gli uomini politici di questo paese.

Ci asteniamo dal farlo ( cioè dal tifare per lui) solo perchè sappiamo che in fondo Villari non combatte per un ideale.

E’ solo l’ultimo squallido epigono di Mastella, vittima come il suo maestro di una Eterna Illusione: quella di credere che il fatto di primeggiare in una vallata della Campania o in un rione di Napoli dia il diritto di brillare e contare a livello nazionale.

Ancora su Almirante ( il tempo della melassa)

Ieri ho parlato nel mio blog della via che, a Milano, qualcuno vuole dedicare a Giorgio Almirante.
Una bella trasmissione di C-6 Tv ( una televisione via Web) che segnala i post ritenuti più interessanti ha citato il mio post dal titolo Una via ad Almirante? Perchè no? ( e a Mussolini quando?)
Non potendo collegarmi con la trasmissione, come mi era stato richiesto, ho inviato una mail al redattore che mi aveva interpellato per rappresentargli i motivi del mio interesse per il tema “Almirante”
Eccola:

Sono nato nel 1951, ho quindi fatto in tempo a vedere in Tv ( e qualche volta anche in piazza) Giorgio Almirante.
Ho di lui un ricordo fatto di ammirazione e di orrore.
L’ammirazione è quella che riservo sempre a coloro che hanno la capacità di parlare in maniera precisa e coinvolgente.
Insieme a Malagodi, Almirante era il politico più dotato sul piano della comunicazione. Non c’era obiezione che lo spaventasse, strettoia dialettica dalla quale non uscisse vincitore.
Ma soprattutto era chiaro. Difficile non capire qual’era il cuore del suo discorso, difficile fraintendere le sue intenzioni.
Tutto il contrario di quanto pensavo acoltando le tortuosità e i distinguo che circondavano i discorsi dei leader dei partiti di maggioranza.

L’orrore mi proveniva da quello che Almirante rappresentava.

Gli anni in cui ho cominciato a seguire la politica erano quelli immediatamente precedenti al ’68 e quelli, come me, che si appassionavano alla politica perchè credevano in un futuro di maggiore giustizia e di opportunità per tutti, provavano autentica ripugnanza per le idee delle quali Giorgio Armirante era portatore.
Chi era fascista allora lo era fino in fondo, ma anche chi era antifascista  lo era fino in fondo.
Eravamo due mondi contrapposti, inconciliabili, pianeti di galassie diverse.
La distanza che c’è oggi tra berlusconiani e antiberlusconiani assomiglia alla distanza che c’era allora tra fascisti e antifascisti, ma, dal punto di vista dell’intensità emotiva, non ne  è che il pallido riflesso..
Allora si parlava di dominatori ed oppressi, di ricchi e poveri, di borghesi e operai.
Gli interessi in campo e  le posizioni conseguenti erano ben distinti ( e i rampolli delle famiglie borghesi che stavano a sinistra erano solo l’eccezione che conferma la regola).
Oggi è tutta una melassa indistinta .
E’ di moda parlare di poteri forti e di consumatori.
Ma ognuno di noi, a seconda della materia di cui si tratta, si trova  a sostenere le ragioni dei primi o diritti degli altri.
Siamo confusi, manipolati da un’informazione più portata a nasconderci i fatti o a rappresentarli in maniera tendenziosa che semplicemente a raccontarceli.
Ci abbandoniamo ogni tanto , tra un’apparizione di Berlusconi o di Veltroni in tv e l’altra, tra una puntata di Ballarò e una di Anno Zero, a qualche soprassalto emotivo.
l resto è calma piatta, affano quotidiano, siamo ormai quasi del tutto privi di stelle polari.
E’ il momento giusto, quindi, da parte di chi si batte per farlo, per intitolare una via a Giorgio Almirante.
Operazioni come queste vanno fatte approfittando dei momenti di debolezza di un paese: quando l’angoscia per il lavoro, il mutuo da pagare, i soldi per arrivare a fine mese incombono, a chi vuoi che freghi qualcosa se viene intitolata una via o una piazza ad un ex gerarca fascista?
Ecco qui le ragioni del mio interesse per questo tema: non so se sono tanti o pochi, ma quelli che non vogliono accettare la glorificazione, sia pure postuma, di un ex gerarca fascista, ci sono ancora ed è bene dare spazio anche alla loro voce.

Una via ad Almirante? Perchè no? ( e a Mussolini quando?)

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“Esclusivamente e gelosamente fascisti noi siamo nella teoria e nella pratica del razzismo”.

“Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato”. Ipse dixit, Giorgio Almirante, difensore della razza, repubblichino di Salò, camicia nera contro i partigiani. Lo stesso a cui ora anche a Milano si pensa di dedicare una strada.
La proposta ricalca l’appello lanciato a maggio del neo sindaco Gianni Alemanno di intestare, nel ventennio della sua morte, una via dell’Urbe al leader missino.
Un’idea stroncata in pieno da Gianfranco Fini, ieri fedelissimo di Almirante, oggi in piena fase di revisionismo.

“Frasi vergognose che esprimono un sentimento razzista che, in quegli anni, albergava in tanti, troppi esponenti che dopo la guerra si collocarono a destra e, in altri casi, in altre formazioni politiche”, aveva risposto il Presidente della Camera.
Ma a Milano l’appeal del leader aennino va sempre più sbiadendo tra i militanti del partito, soprattutto dopo la recente netta presa di distanza dall’ideologia del Regime.
E così dall’ala destra del consiglio comunale meneghino, si rilancia la provocazione.

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“Almirante ha traghettato milioni di italiani alla democrazia” ha dichiarato Carlo Fidanza, capogruppo del partito e militante di Azione Giovani promotore della mozione depositata lunedì scorso. “Mi auguro si possa discutere sulla proposta in un clima di serenità, con la volontà di consegnare a una storia condivisa una personalità di indubbio valore”.
Il Sindaco Moratti è possibilista…

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Quando Bossi e Fini tifavano per i giudici ( cronache del secolo scorso)

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Sui giudici il Centro Destra, attraverso suoi autorevoli esponenti si è pronunciato così:

Siamo nel 1993,il tema del giorno è l’ abolizione dell’ immunità parlamentare (versione estesa, se si vuole, dell’ attuale lodo Schifani).
L’ ordine non parte dalle “toghe rosse”.
A chiedere la cancellazione dello scudo anti-pm, all’ indomani del rigetto delle autorizzazioni a procedere per Craxi, sono due mozioni: una firmata da Bossi, Maroni e Castelli, l’ altra da Fini, Gasparri e La Russa.
Fini dice:” l’ immunità parlamentare è un privilegio medievale, va abolito».
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E la protezione per le alte cariche dello Stato?
«Se il ministro De Lorenzo – sentenzia Fini – fosse stato un cittadino qualsiasi, oggi sarebbe in galera».
I tre missini nella loro mozione argomentavano che «l’ uso dell’ immunità» è visto dai cittadini «come uno strumento per sottrarsi al corso necessario della giustizia».
Altri tempi.
Oggi Fini forse non riscriverebbe quella lettera indignata a Francesco Saverio Borrelli, per protestare contro il no della Camera all’ autorizzazione a procedere per Bettino:
«Lo sdegno e l’ amarezza che pervadono la Nazione di fronte allo scandaloso verdetto di autoassoluzione che il regime si è confezionato sono da noi interamente condivisi».
Superando «l’ inammissibile scudo dell’ immunità parlamentare», aggiungeva Fini, i giudici andavano messi nelle condizioni di «svolgere sino in fondo la loro funzione». (Ansa, 30 aprile 1993).
Beh, che dire? Fini ci piace ricordarlo così, com’era quando pensava con la sua testa.

Non che i leghisti ci andassero più leggeri, anzi.

Castelli oggi sostiene che occorre andare oltre il Lodo Schifani ed estendere l’ immunità a tutti, perché «bisogna occuparsi anche dei poveri ministri, come me, che oggi sono sotto minaccia dell’ autorità giudiziaria».
Nel ’93 tuttavia il principio non vale per Craxi e gli altri «poveri ministri» della prima Repubblica. Salutando l’ abolizione dell’ immunità parlamentare, la Lega Nord si augura che ai pm venga consentita anche «la possibilità di sostanziare le proprie indagini attraverso quei riscontri ottenibili solamente mediante perquisizioni domiciliari e intercettazioni telefoniche».

E quindi, conclude il comunicato di via Bellerio, «auspichiamo una maggiore decisione nell’ abolizione di privilegi che non trovano oggigiorno altra giustificazione se non un corporativo interesse di casta». (Ansa, 29 ottobre 1993).

Anche Castelli e Bossi ci piace ricordarli così, com’erano prima che ragioni di opportunismo politico convertissero i loro neuroni.

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P.S. Anche i miei neuroni danno qualche problema: per motivi che non riesco a spiegarmi questo articolo esce arricchito da alcune foto tratte dal Film “La banda degli onesti”.

Grandi Totò e Peppino.

Che nostalgia per loro. Oggi abbiamo Umberto e Gianfranco.


I guadagni di Travaglio, la discesa in campo di Silvio, il ritorno all’ovile di Gianfranco

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Ultimamente uno degli sport più diffusi tra i politici e i giornalisti di destra è diventato quello di puntare il dito contro i guadagni di Marco Travaglio ( o, recentemente, anche di Gianantonio Stella): scrivono quello che scrivono perchè hanno scoperto un nuovo filone d’oro..

Più documentano le malefatte dei politici e dei potenti più si arricchiscono, sostengono i loro detrattori.

I due giornalisti sono talmente documentati che argomentare contro di loro opponendo dei fatti è molto difficile: più semplice attribuire loro un interesse personale

Devo dire che sentire questi discorsi mi fa sentire meglio.

Considero il massimo dell’offesa pensare che uno scrittore e un giornalista o un politico si esprimano in un certo modo, non per esercitare la loro libertà di pensiero, ma per interesse economico.
Attenzione però, perchè questo modo di ragionare o si applica a tutti o a nessuno.

Applichiamola a tutti.

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Berlusconi, allora, diventa non il nuovo Aldo Moro,come oggi farnetica qualcuno, ma semplicemente colui che è sceso in campo per salvare se stesso dalla galera e le sue aziende dal fallimento ( una volta lo ha pure confessato, ma adesso lo nega disperatamente: colui al quale lo ha confessato. Enzo Biagi, è morto)

Mario Giordano, Filippo Facci,Rossella, Belpietro, Emilio Fede, Mimum, Veltri, Farina e molti altri ( alcuni di questi guadagnano più di Travaglio) sono scribacchini scodinzolanti che non esprimono il loro pensiero, ma quello del padrone che li paga.

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Ok, affare fatto?

Mi sento meglio.

Prima mi sentivo un po’ in colpa a pensarla così. Adesso che so che anche il “loro” modo di pensare è questo ( attribuire un interesse economico a chiunque esprima un pensiero) so di essere capito se non condiviso anche da “loro” quando giudico applicando questa regola i “loro” maestri di pensiero e di giornalismo.

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Un pensiero a parte per Gianfranco Fini.

Colui che disse: sarei una pecora se tornassi con Berlusconi

Bene. Questa pecora è rientrata all’ovile per un ripensamento doloroso e tormentato o per semplice convenienza?

Per convenienza, è ovvio, la regola semplice e rozza del tornaconto personale si applica anche a lui…

Che gioia potersi abbandonare a questa semplice regola!

Senza eccezioni, mi raccomando!

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Neanche per Gino Strada: anche lui chissà quanto si arricchisce, facendosi il culo in giro per il mondo

Cinque imbecilli, un leader imprudente, un maestro ridicolo, una stampa irresponsabile. Ci meritiamo di meglio.

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Cinque imbecilli decidono di passare una serata diversa dalle solite. Aggrediscono  tre  coetanei a calci e pugni. Una delle tre vittime muore in ospedale a distanza di poche ore.

Un leader politico, appena diventato presidente della Camera, dice che il gesto è esecrabile, ma non quanto quello di chi brucia le bandiere di Israele e degli Stati Uniti.

Alcuni giornali di sinistra fanno di tutto per dimostrare il legame che esiste tra questo episodio di straordinaria follia e ignobile delinquenza e la vittoria della destra alle elezioni ed evocano mobilitazioni di massa in maniera irresponsabile.

Un filosofo del pensiero debole ( debolissimo secondo molti) farnetica ai margini di un avvenimento  culturale, buttando benzina sul fuoco.

Un paese immaturo, in cui pullulano leader imprudenti, maestri di pensiero ridicoli, giornalisti faziosi e  irresponsabili.

Un paese sull’orlo di una crisi di nervi.

In apparenza

Perchè il 99% del paese ha più buonsenso dei suoi maestri ridicoli, dei suoi giornalisti irresponsabili e dei suoi politici imprudenti.
Perchè il 99% del paese preferisce pensare ai suoi molti problemi, costretto a sperare che delle soluzioni arrivino da una classe politica che non è nemmeno stato autorizzato a scegliersi.

Gianfranco Fini: da leader a pecora

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Numero 2 del Popolo delle Libertà. Forse domani numero 1, questo almeno è il suo sogno.

Un sogno al quale ha sacrificato pochissimo.

Soltanto la dignità personale.

Fini sicuramente è tra quelli che pensano che sia prova d’intelligenza riconoscere i propri errori.

Peccato che non lo faccia mai.

Certo, è lecito cambiare idea, anche su temi importanti.

Ma, se si è uomini pubblici, si deve dare conto del proprio percorso interiore, indicare i fatti o i ragionamenti nuovi che hanno prodotto convincimenti nuovi.

In mancanza di ciò, noi elettori siamo costretti a qualificare questi nuovi orientamenti semplicemente come delle giravolte, come atti di volgare trasformismo.

Va detto che Fini non è il solo maestro della giravolta della politica italiana.

Ma ci piace citare lui perchè di recente ha fatto sforzi inimmaginabili per entrare nel Guiness dei Primati della Giravolta.

Ecco quello che ha detto nel giro di poche settimane:

18 novembre 2007:” Il nuovo partito di Berlusconi? Comportarsi come sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali. Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione”

23 novembre 2007: “Abbiamo vissuto l’epoca berlusconiana con disagio. Le vignette che rappresentavano Berlusconi come uno scodinzolante cagnolino intorno a Bush hanno fatto il giro del mondo”.

16 dicembre 2007: “Il Cavaliere ha distrutto la Casa della Libertà e ora dovremmo bussare alla sua porta con il cappello in mano e la cenere in tasca. Non siamo postulanti. io tornare all’ovile? Sono il presidente di An, non una pecora”

8 Febbraio 2008: “Condivido la proposta di Berlusconi di dare al popolo del 2 dicembre, al Popolo della Libertà, un’unica voce in parlamento. E’ una pagina storica della politica italiana: il 13 aprile nascerà un nuovo soggetto politico”

Come definire quest’uomo?

Come lui stesso ha scelto di definirsi: come una pecora che torna all’ovile , come colui, che, uscito sprezzante da una casa amica dichiarando di non volerci tornare, vi fa ritorno come un postulante con il cappello in mano e la cenere in tasca.

Vita da cani

Esiste uno sguardo più falsamente innocente di quello di Cuba? Nessun altro cane potrebbe sostenere limpidamente il mio sguardo dopo aver
rubato la bistecca che stava sul tavolo.
Cuba ci riesce alla grande. I suoi occhi di cagna spudorata sembrano dire:
quale bistecca?
Mi ricorda certi nostri politici….

Walter è D’Artagnan, Silvio non si rassegna ad essere Maramaldo

Tutti si domandano se, con la sua strategia della solitudine e del rifiuto di ogni compromesso, Walter Veltroni non stia scegliendo di andare incontro ad “una bella morte”, cioè ad una sconfitta onorevolissima, piuttosto che puntare alla vittoria.

Se cioè non stia consapevolmente puntando a fare il pieno dei voti del Pd, rinunciando però in partenza alla vittoria complessiva del Centro Sinistra.

Lui nega..

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Si dice convinto che, anche marciando disuniti, i partiti del centrosinistra possano farcela.

Intanto però si prende il lusso di dettare, dentro casa sua, regole che vanno decisamente incontro al desiderio di rinnovamento e pulizia che si respira in giro.

Niente candidati con procedimenti in corso ( Casini che ha in animo di candidare Cuffaro è avvertito).

Niente candidati con sentenza passata in giudicato ( “Anche noi faremo così- sbraita la Prestigiacomo ad Anno Zero, poi qualcuno le ricorda Dell’Utri e lei balbetta).

Niente candidati di lungo corso.

Niente trattative estenuanti con i partitini dello zerovirgola.

Insomma è come D’Artagnan.

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Anzi più coraggioso.

All’inizio del Romanzo “I Tre moschettieri” D’artagnan accetta di incontrarsi nella stessa mattinata con Athos, Portho e Aramis, sapendo però che li affronterà uno alla volta.

E’ già uno svantaggio dover affrontare tre duelli nella stessa mattina, ma confida di batterli tutti e tre nell’uno contro uno.

Walter ,invece, si dirige verso il Convento delle Carmelitane Scalze con tranquillità, anche se sa che gli avversari si presenteranno in gruppo.

Un coraggioso o un incosciente? Uno stratega oppure uno che cerca, come si diceva prima , la bella morte?

Lo scopriremo vivendo, diceva Lucio Battisti.

Il fatto è che gli altri, gli avversari, soprattutto Silvio, sono disorientati.

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Silvio
, come Romano, è abituato a vincere ( o a perdere di un soffio) con un unico sistema: l’ammucchiata.

Adesso è in difficoltà. Sente che, vincendo, la sua sarà una vittoria senza onore ( bella forza, gli diranno, non solo c’hai le tv, ma eravate tanti contro uno).

Sente che essere sconfitti in queste condizioni sarebbe un disastro.

Anche lui ha la tentazione di andare al Convento delle Carmelitane da solo, per dimostrare la sua gagliardia, anche se ha vent’anni di più.

Ma poi alla fine non lo farà: preferisce vincere slealmente, che rischiare di perdere giocando pulito.

Il guinzaglio e le promesse elettorali

Già di primo mattino, una mia cagnetta, subito dopo aver mangiato e fatto i suoi bisogni in un piccolo spazio esterno alla casa, comincia a dare segni di nervosismo perchè vuole uscire.

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Mugola, va avanti e indietro per l’appartamento, comincia a raspare sulla porta di casa.

Per stare tranquilli ricorriamo ad un metodo molto semplice: le mettiamo il guinzaglio.

Per lei equivale alla promessa di essere portata fuori.

Siccome è l’azione che precede l’uscita per lei equivale all’uscita ( lo sappiamo dai tempi di Pavlov)

Si mette a sonnecchiare da qualche parte in fiduciosa attesa, senza più alcun segno di eccitazione o nervosismo

L’uscita, poi, puntualmente si verifica.

Ma quando fa comodo a noi, non a lei.

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Qualche volta mi sembra che anche con noi certi politici adottino un sistema analogo.

Ci fanno mirabolanti promesse ( così come io metto il guinzaglio/ promessa d’uscita), poi si fanno tranquillamente gli affari propri.

E andrebbe anche bene se poi, una volta fattisi, gli affari loro, si ricordassero di onorare le loro promesse, così come io una volta che ho messo al cane il guinzaglio, poi, cascasse il mondo, lo porto fuori.

Il dramma è che, per restare alla metafora, quegli uomini politici, ci lasciano sempre dove siamo e avete capito dove.

Altro che portarci fuori!