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Anche i tg della Fininvest dicevano a Di Pietro: “Facci sognare”

Ogni tanto ricordare le cose che sono accadute serve a riflettere.

Propongo oggi un piccolo ripasso della recentissima storia patria.

E’ uno dei capitoli di un breve saggio sull’ascesa di Berlusconi, che riguarda il primo processo Mani Pulite e l’impatto che questo straordinario avvenimento ebbe sul modo di esprimersi dei media e dei politici.

Molti dei protagonisti di quel periodo, sia tra i politici sia tra i giornalisti, poi hanno trovato giusto, o comodo, prendere le distanze dai loro ardori iniziali.

E quello che sembrava l’inizio di un positivo cambiamento agli occhi di molti, con il tempo, è diventato un film dell’orrore.

Il 28 ottobre 1993 si apre il primo capitolo giudiziario dell’inchiesta MANI PULITE. Alla sbarra c’è il finanziere Cusani, indagato per concorso in falso di bilancio e finanziamento illegale ai partiti.

Le vicende di Tangentopoli hanno fortemente inciso sul modo di affrontare i fatti della politica da parte dei mass media.

Le telecamere, dopo mesi passati a gettare luce sui vari passaggi dell’inchiesta, entrano nell’aula del processo, che diventa di dominio pubblico.

La gente vuole conoscere i fatti e può farsene anche un’idea in prima persona assistendo alle varie fasi del dibattimento.

Ogni sera intorno all’ora della cena i protagonisti della vicenda ( magistrati, imputati e avvocati) si danno battaglia davanti a milioni di italiani. Con pochissime eccezioni anche i principali giornali del Paese si sono buttati sulla vicenda, diventata un vero feuilleton. Si tratta, per dirla con Dayan e Katz, di un “evento mediale”, una cerimonia celebrata dai media che interrompe la routine della programmazione televisiva.

Fino ad allora rimasti impigliati in un ruolo quasi ancillare nei confronti del sistema politico, i media cominciano ad operare in maniera nuova e con maggiore indipendenza: assumono il ruolo tipico del cosiddetto giornalismo watchdog, diventando i rappresentanti ufficiali di un’opinione pubblica che giorno dopo giorno matura e consolida l’idea di una classe politica corrotta e indecorosa, inadatta a governare. Siamo di fronte ad “un rituale di degradazione, di delegittimazione di un’intera classe politica coinvolta dagli scandali”, osserva Mazzoleni nel suo manuale La comunicazione politica (pag.152), sottolineando poi come gli umori antipartitici siano già presenti nell’aria, e che il ruolo dei media sia decisivo nell’amplificarne la portata (ibidem, pag 246).

La televisione dà ampio risalto alla vicenda.

Fra i Telegiornali quelli che danno maggiore spazio alle cronache giudiziarie sono quelli di Fininvest, che in maniera molto dettagliata e spettacolare scandagliano i vari aspetti dell’inchiesta.

Come dice Morcellini nel suo “E-lezioni di tv” i media e soprattutto la tv vivono ben più intensamente che in altre occasioni una propria funzione di “bussola della socializzazione politica”. In altre parole sono loro, i media, a creare l’agenda della comunicazione politica (agenda setting), a dettare le urgenze, a mobilitare le coscienze e le opinioni del pubblico.

Di Pietro, il magistrato di punta del pull, è diventato l’uomo più popolare del paese.

Sui muri di tutte le città campeggiano scritte come “Di Pietro facci sognare” o “Colombo vai fino in fondo”. I giornali esaltano il suo atteggiamento spontaneo e il suo linguaggio poco burocratico, i suoi “Che c’azzecca” e i suoi “Benedetto Iddio”.

Anche le testate straniere si dedicano a lui: il Wall Street Journal il 12 giugno titola in prima pagina: “Go for it Di Pietro” (Avanti, Di Pietro), il settimanale statunitense Newsweek gli riserva una copertina.

La satira si scatena. Nella trasmissione “Avanzi” Antonello Fassari interpreta il giornalista ipocrita Giulio Pinocchio, mentre Corrado Guzzanti imita Ugo Intini ( portavoce di Craxi) che canta piangendo “Non può crollare il sistema”.

In televisione si sta affermando anche un nuovo modo di impostare le questioni. Si abbandona il linguaggio da addetti ai lavori e si cerca di entrare in maniera facile e diretta nei problemi che stanno a cuore alla gente.

E’ Gianfranco Funari il precursore di questo nuovo modo di affrontare la politica. Per lui l’importante è prendere di petto le questioni con un linguaggio che consenta a tutti di capire di cosa si sta parlando. Anni luce separano le sue interviste agli uomini politici da quelle delle varie Tribune Politiche, caratterizzate da discorsi articolati e complessi, incomprensibili alla più parte.

Funari vuole “far capire qual è il problema alla gente a casa”, come dice spessissimo fissando la telecamera.

I professionisti della politica cercano di adeguarsi. Alcuni di essi scoprono con imbarazzo che parlare in maniera semplice e diretta alle persone non è un esercizio alla portata di tutti.

Grave difetto per chi, per i doveri del suo ruolo, ha bisogno di stare in mezzo alla gente, capire ed essere capito.

Per tutti i politici sta cominciando una nuova era della comunicazione, in cui i contenuti arrivano se il mezzo con cui vengono trasmessi è efficace e se chi lo utilizza è capace di farlo al meglio.

Significativo, a riguardo quello che ci racconta Bruno Vespa nel suo “Rai, la grande guerra

“… ho conosciuto i leader della Seconda Repubblica assai meglio di quanto abbia conosciuto, nei trent’ anni precedenti quelli della Prima. Per due ragioni, credo: è cambiata la politica ed è cambiata l’informazione televisiva.”

Mentre per quanto riguarda i cambiamenti dell’informazione televisiva precisa:

Non esistevano le informazioni di approfondimento di cui oggi sono pieni i teleschermi. Dall’82 in poi per una decina d’anni, ho cercato di far incontrare in un dibattito televisivo De Mita e Craxi, Andreotti e Berlinguer, Forlani e Natta, Craxi e Occhetto. La cosa era semplicemente impensabile”.

( Da L’uomo nuovo e il partito mediale di Giulia Cusumano)