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Il paese dei soprassalti emotivi : caos rifiuti, morti sul lavoro, moratoria sull’aborto.

Cresce il disagio di vivere in questo paese.Alle inquietitudini di sempre sulle cose che non vanno, si aggiungono in questi giorni quelle legate a tre vicende, lontanissime tra loro, ma anche legate da un filo comune.

La prima è la polemica sulla moratoria dell’aborto.

Nasce come una crociata ideologica, ma Il problema della bassa natalità, che oggettivamente esiste, va affrontato non con i sermoni, ma in maniera concreta con interventi seri per sostenere le famiglie e superare il diffondersi del precariato.

Se il famoso giornalista che oggi s’indigna per l’aborto avesse condotto in passato battaglie di questo tipo ( ma sarebbe in tempo a farlo anche oggi!) , oggi risulterebbe più credibile.

La seconda questione è il caos rifiuti in Campania.

Anche qui molti di quelli che strepitano per le proteste legate a questo scempio sarebbero più credibili, se avessero agito per tempo, assumendosi le loro responsabilità e individuando delle soluzioni.

La terza è quella dei morti sul lavoro, esplosa con i fatti di Torino, ma mai affrontata con la dovuta serietà e il dovuto dispiegamento di forze delle autorità di controllo.

Eccolo il filo che lega le tre vicende: il nostro è un paese che ormai affronta le questioni serie solo per poco tempo e sempre sull’onda di soprassalti emotivi.

Finiti quelli, finito tutto.

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Le lettere d’amore sono ridicole

Si chiama Ofelia Queiroz, ha diciannove anni, è fresca, carina, spigliata e, contro la volontà dei suoi genitori, ha deciso di trovare un impiego.

Conosce il francese, sa scrivere a macchina e sa anche qualche parola di inglese.

Viene assunta in una piccola azienda commerciale.Flickr image

Il primo giorno conosce un collega.

E’ un uomo vestito tutto di nero, con gli occhiali, un cappello con la falda alzata ed una cravatta a farfalla.

E’ Fernando Pessoa, il più grande poeta portoghese del ‘900, ed ha già perso la testa per lei.

Iniziano così le schermaglie amorose fra i due due. E’ quello che in portoghese si chiama il namoro, il periodo in cui si manifesta quell’attrazione reciproca che poi darà luogo al fidanzamento vero e proprio

Il poeta è di diversi anni più vecchio, ma non si sottrae al gioco degli sguardi, dei baci in punta di labbra tra una scrivania e all’altra, dei bigliettini.

I due si scambiano anche una infinità di lettere d’amore.

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Nel dicembre del 1920 Ofélia decide di mettere un punto, stanca di essere presa in giro dall’insicurezza surreale del poeta.

“Una donna che crede alle parole di un uomo, non è che una povera idiota; se un giorno vedeste qualcuno che finga di portare alle labbra una bevanda avvelenata a causa sua, rovesciategliela velocemente in bocca perchè libererà il mondo da un impostore in più.”

Conclude così la sua ultima lettera.

D’altronde quale donna non diffiderebbe degli slanci amorosi di chi ha scritto una poesia come quella che riporto qui sotto?

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Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre
ridicole.
Le lettere d’amore, se c’è l’amore
devono essere
ridicole.
Ma, dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere d’amore
ad essere
ridicoli.


Piccolo gioco natalizio per appassionati di lettura

Borges dice che ogni opera narrativa racconta sempre una di queste quattro storie: una ricerca, un viaggio, il sacrificio di un dio, una città sotto assedio.
Alcuni esempi?
L’isola del Tesoro? C’è il viaggio, c’è la ricerca, c’è perfino, nell’isola, il vecchio fortino nel quale stanno asserragliati prima i gentiluomini e poi i pirati.
I promessi sposi? C’è il viaggio e c’è la ricerca: Renzo e Lucia fuggono dal paesello e passano gran parte del romanzo a cercarsi.
L’Iliade? Facile, c’è la città sotto assedio.
L’Odissea? Tutto il poema parla della ricerca della strada di casa.
I Vangeli? Semplice! Il sacrificio di un dio.
Il giochino può andare avanti all’infinito.
Non si scappa, Borges aveva proprio ragione, o c’è un ingrediente o c’è l’altro, o più di uno insieme.
Provate a pensarci.
A voi la palla.
Intanto, Buon Natale

La storia degli sguardi ( Don Giovanni In Sicilia di Brancati)

brancati2.jpgVitaliano Brancati scrive il “Don Giovanni In Sicilia” nel 1940.

Protagonista del romanzo è Giovanni Percolla, un uomo cresciuto nella bambagia, coccolato da tre sorelle.

Timidissimo, è giunto all’età di trentasei anni senza “aver mai baciato una signorina per bene“.
Frequenta, in compenso, le case di tolleranza della città e nei caffè all’aperto, insieme con gli amici di sempre, non fa altro che parlare della Donna .

Le più belle pagine del romanzo sono proprio quelle che descrivono questi discorsi “tra maschi”.

C’è sempre una bella donna che passa, catalizzando su di sè gli sguardi cupi di desiderio degli sfaccendati, e c’è sempre qualcuno che, ad un certo punto, incomincia a dire: “Adesso io vi dico con quella cosa ci farei“, con gli altri che prontamente si accodano a lui in un crescendo di gemiti, di risate, di scurrilità e di sconcezze.

L’esistenza di Giovanni scorre pigra e senza stimoli fino al giorno in cui incontra Ninetta, giovane donna continentale di bell’aspetto che, con suo grandissimo stupore, inizia a guardarlo con ammirazione.

Completamente ammaliato, Giovanni non può più vivere senza pensare a quel vivo “lampo dei suoi occhi”.

Per la prima volta si innamora.

Le sue consuetudini vengono sconvolte da questa passione.

Le tre sorelle lo osservano sgomente: Giovanni ora chiede di farsi il bagno ogni domenica, canta proprio nell’ora in cui era solito far la siesta, respinge tutto ciò che loro amorosamente gli offrono.

Alla fine, nonostante una sempre dichiarata contrarietà all’istituto del matrimonio, che aveva quasi eretto a filosofia di vita, sposa Ninetta.

Accetta quindi un posto di lavoro a Milano.

Lontano da Catania e dalla sua vischiosa routine, diventa un altro uomo, risoluto e dinamico. Si abitua a fare docce fredde ogni mattina, dedica mezz’ora al giorno alla ginnastica. Cambia anche fisicamente: stomaco piatto, mascelle volitive, andatura energica. Conosce molte belle donne, che conquista senza eccessivo sforzo, pur continuando ad amare la moglie.

Quando Ninetta resta incinta, ritorna a Catania.

Tornato nella casa delle sorelle con la moglie, dopo un lauto pranzo, chiede, quasi più per un soprassalto di curiosità che per nostalgia delle antiche consuetudini, di poter schiacciare un sonnellino nella sua vecchia camera da scapolo.

Sdraiatosi con l’intenzione di dormire una mezz’oretta, si risveglia verso le sette di sera.

E’ la metafora di ciò che il libro non descrive, ma lascia largamente intuire: Giovanni, dopo aver violentato se stesso per amore di una donna, fino a diventare un altro uomo, è pronto a ritornare alle antiche pigrizie e alle dolci abitudini di un tempo.

Gustosissimo e ironico, il romanzo condensa in poco più di un centinaio di pagine la storia dell’eterno dilemma che ci affligge: lasciarsi vivere o dare un senso alla propria vita, realizzandosi attraverso il lavoro? Ansioso di essere, oltre che amato, anche ammirato dalla moglie, Giovanni si sforza a lungo di diventare un altro, ma alla fine cede alla sua natura indolente.

Riporto una frase del libro:

“La storia più importante di Catania non è quella dei costumi, del commercio, degli edifici e delle rivolte, ma la storia degli sguardi.

La vita della città è piena di avvenimenti, amori, insulti, solo negli sguardi che corrono fra uomini e donne; nel resto, è povera e noiosa”.

Un uomo alla finestra ( essere Kafka)

C’è in Kafka una grande avversione per qualsiasi tipo di fisicità.
L’educazione repressiva e gli atteggiamenti ansiosi del padre (v. il bellissimo “Lettera al Padre”) hanno creato in lui un gigantesco senso di colpa, che si riversa sulla sfera dell’eros.
Il pensiero di avere un rapporto fisico con una donna lo atterrisce, ma lo turba enormemente anche il suo essere un uomo socialmente monco e inutile, incapace di accoppiarsi e di avere una famiglia.

Il vero polo d’attrazione della sua vita è la scrittura, l’attività cui vorrebbe dedicarsi in maniera assoluta e monacale

Sente, tuttavia, che la scrittura non può essere, come vorrebbe, il centro della vita, ma soltanto un piacere da concedersi dopo che si è dato spazio al dovere.

Cioè al suo lavoro di funzionario di una compagnia di assicurazioni.
Cioè ai suoi tentativi di approdare ad una vita “normale”

Il dramma di Kafka è proprio questo.

L’amore gli appare sia la possibilità di arrivare finalmente nella Terra di Canaan, quella dove abitano gli uomini e le donne reali che si accoppiano e procreano , sia il momento della definitiva perdizione e rovina, l’addio crudele ad una missione che sente molto più congeniale alle sue attitudini e alle sue forze, quella della scrittura.

Due sono i grandi amori della sua vita.

In entrambi i casi si tratta di donne che vivono a parecchie centinaia di chilometri da Praga: Felice abita a Berlino, Milena a Vienna

In entrambi i casi il rapporto con l’amata ha il suo momento di massimo pathos nella scrittura. In quegli epistolari , c’è uno slancio infinito, un’immaginazione incontenibile, molto più grande di quella messa in opera nei romanzi .

Kafka vive esclusivamente nell’attesa di scrivere alla donna che ama e di riceverne le lettere.

Quando il rapporto, per l’ insistenza della donna amata, si avvicina ad una qualsiasi forma di stabilità e concretezza, lui preferisce troncare.

In entrambi i casi è la malattia che lo consuma la causa apparente della rottura.

In realtà quello che lo spinge a chiudere questi rapporti è il desiderio di tornare a se stesso, di ritrovarsi senza fardelli sia come uomo sia come scrittore.

Un’ultima considerazione.
Il complesso di colpa, proprio per i prezzi che ha saputo esigere nella vita di Kafka, ha limitato enormemente la sua produzione letteraria: restano alcuni splendidi racconti e tre romanzi, di cui uno solo portato a termine.

Ma, senza quel mostruoso senso di colpa, che ne sarebbe dell’opera di Kafka?

Lo considereremmo, come lo consideriamo oggi, uno dei grandissimi del Novecento?

Penseremmo a lui come ad uno scrittore attualissimo, nonostante il secolo che è passato da quando ha scritto i suoi libri?