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Bersani a Dalla Chiesa: “Càndidati a Palermo”. La Bindi: “Fai il capolista”. Ma poi i ras locali fanno due liste (e senza di lui).

bersani-289x290Considero Bersani una ottima risorsa per il Pd.
All’inizio della competizione per la segreteria del Pd, lo consideravo anche un ottimo candidato alla leadership dell’opposizione.
Poi alcune sue scelte nella costruzione delle liste, più orientate alla conferma dei potentati locali che al rinnovamento, mi hanno fatto cambiare idea.
Pubblico qui un articolo di Luca Telese,  uscito stamattina su IL FATTO, che racconta un episodio di questa campagna che conferma una mia sensazione: nel Pd ci sono spinte al cambiamento, ma anche formidabili sacche di resistenza e conservazione.
E, a mio avviso, pur essendo una risorsa preziosa per il partito, Bersani non sembra avere la forza per valorizzare le prime e stroncare le seconde.
Ecco l’articolo di Telese:
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PRIMARIE ‍IN ‍SICILIA: I RAS ELIMINANO DALLA CHIESA
di Luca Telese

Questa, alla fine, è anche la storia di un anello e di una faida tra correnti.

La prima quella dell’anello, Nando Dalla Chiesa l’ha raccontata ‍in un bel libro – Album di famiglia: è la storia l’anello d’oro di suo padre Carlo Alberto, quello con lo stemma di famiglia.

Glielo riportarono dopo l’attentato: brunito per il sangue e per l’esplosione.

Quell’anello, che sua moglie Emilia fece ripulire senza dirgli nulla, oggi è sempre al suo dito.

Come un pegno, come una memoria, il simbolo di un legame forte con la ‍Sicilia che non si potrà cancellare mai.

A luglio durante un incontro della tavola antimafia, Pierluigi Bersani torna a parlargli di quel legame: “Non sarebbe bello se, proprio tu, tornassi ‍in ‍Sicilia per le ‍pri‍‍marie, per una candidatura simbolica   che possa dare un forte messaggio di antimafia?”.

Dalla Chiesa è incerto.

A ottobre anche Rosy Bindi, si fa sentire, più insistente: “Nando, deciditi. Candidati da capolista per la nostra mozione”.

Il dubbio di Dalla   Chiesa era questo: è stato parlamentare, per anni ha lavorato al Nord, nelle terre della Lega. E’ stato sottosegretario nel governo Prodi, adesso si occupa di mille cose nella “società civile”, a partire dalla sua casa editrice, La Melampo.

Ha senso impegnarsi politicamente a Palermo? Alla fine si convince: “Va bene, ci sarò. Ma non sarà una presenza simbolica: farò i comizi, dirò perchè è importante lanciare proprio oggi un nuovo messaggio di impegno sulla lotta alla mafia”.

Bersani e la Bindi sono entusiasti.

Sembra fatta.

Ebbene, pare incredibile, non è così.

La storia delle correnti inizia qui: dopo una feroce battaglia a livello locale, il figlio del generale, dirigente di lungo corso del Pd, non solo non sarà ‍in lista a Palermo.

Non solo non sarà capolista. Ma non potrà   nemmeno correre per l’Assemblea perchè (tagliato fuori all’ultimo minuto nella lotta fra i due contendenti della corrente Bersani a Palermo) non c’è stato più nemmeno il tempo tecnico per candidarlo altrove.

Sul web,ora, va ‍in scena la rivolta degli iscritti. Troppo tardi.

Così questa clamorosa esclusione merita di essere ripercorsa: è l’ennesimo tassello di un puzzle che non chiude, dei problemi del Pd al sud, delle mille lotte fra i signori delle tessere che alla fine condizionano i progetti dei leader.

La scelta di Bersani (e della Bindi) infatti, deve essere calata nella realtà locale.

E ‍in questa realtà, come è noto, le   ‍primarie non sono un esercizio di buone intenzioni, ma il modo ‍in cui i dirigenti ‍in quel partito misurano la propria forza.

Antonello Cracolici, uno degli uomini forti del Pd siciliano, decide che per contare deve presentarsi con una sua lista separata (ma affiliata alla mozione di maggioranza) a sostegno della candidatura alla segreteria di Beppe Lumia .

Lo fa, e così entra ‍in guerra con Bernardo Mattarella, altro candidato, animatore della lista bersaniana “Doc”.

Entrambi, presi a guerreggiare, si “dimenticano” la candidatura di Dalla Chiesa.

Tempestato di mail dai militanti di base, Cracolici risponde con parole che rimbalzano da un capo all’altro del web: “Signora, non capisco cosa ci rimprovera per aver candidato Anna Finocchiaro e non la seguo sulla vicenda Dalla Chiesa. Nessuno ha mai avanzato questa candidatura al PD siciliano e oltretutto mi risulta che Nando viva a Milano”.

Gli risulta, divino.

E Dalla Chiesa? Lui dell’esclusione ha saputo a cose fatte: “Ma non sarei andato altrove. Potevo farmi eleggere, chessò, a Nuoro? Questa storia mi inquieta, perchè un partito dove i killer sono tesserati si salva   se i leader prevalgono sui signori locali. Se accade il contrario – conclude con una punta di amarezza – qualcosa che non va».

Dario Franceschini, invece, candida due nomi forti dell’Antimafia, Rita Borsellino e Salvatore Crocetta.

Tra i due litiganti, prosaicamente, gode.

Nando Dalla Chiesa

“Per battere la mafia non si può essere moderati”

Il Generale Dalla Chiesa – ricorda Gian Carlo Caselli – nel 1982 disse che lo Stato non si occupava abbastanza della mafia, e che la mafia era insediata nella maggior parte delle città italiane.

Possiamo dire che sia cambiato qualcosa in questi 26 anni?

Possiamo affermare che lo Stato abbia lanciato un messaggio univoco e inequivocabile, di condanna decisa alla criminalità organizzata?

Lo ha detto bene Nando Dalla Chiesa;  per combattere un fenomeno radicale come la mafia, non si può essere moderati, bisogna essere radicali.
Rinunciare al Sistema è rischioso, ci sono in ballo consenso, voti, quattrini.
Ma è anche vero che è proprio qui che viene fuori la qualità degli uomini delle istituzioni, è qui che si vede chi è disposto  a perdere un pezzo o un elemento del proprio partito in nome della propria dignità e della credibilità politica del paese.

E’ vero ciò che ha detto Francesco Forgione: bisogna smettere di dire, in maniera generica e quasi rituale, che c’è bisogno di più Stato.Lo Stato, fino ad oggi,  è stato presente spesso nella forma della doppiezza mafiosa e delle repressioni.
Ora c’è bisogno, piuttosto, di consapevolezza sociale, di valori, principi e diritti in una democrazia condivisa e includente.

C’è bisogno di una cultura alternativa, come quella che voleva diffondere Peppino Impastato.

C’è bisogno di combattere Cosa Nostra con il suo esatto opposto: la Res Publica.

Giulia Cusumano

– vedi testo integrale in Articolo 21

Uòlter si è fermato a Eboli

di Marco Travaglio (Unità 5 marzo 2008)

Non si può negare che Uòlter sia stato di parola, quando annunciava un profondo rinnovamento delle candidature del Pd rispetto alle liste un po’ ammuffite dei Ds e della Margherita alle elezioni del 2006.

Molti giovani, molte donne, molti volti nuovi (almeno per la politica) negli elenchi stilati l’altroieri, proprio mentre il Cainano, anzi il Cainonno rendeva significativamente visita al Partito dei Pensionati.

Ma c’è un ma grosso come una casa, che riguarda il Sud. E soprattutto la Sicilia, la Calabria e la Basilicata, le tre regioni più devastate negli ultimi anni dagli scandali di malapolitica e malasanità. Qui il rinnovamento, a essere generosi, s’è fermato a metà.

In Lucania si ricandidano gli indagati Margiotta e Bubbico.

Ma il peggio accade in Sicilia, dove le liste sono state compilate dal leader del Pd Francantonio Genovese, con la consulenza pare- di due vecchie volpi come Totò Cardinale (Margherita) e Mirello Crisafulli (Ds). Crisafulli naturalmente nelle liste c’è, sebbene nel 2001 fosse stato filmato dalle telecamere nascoste dai carabinieri mentre incontrava e baciava in un hotel di Pergusa il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua, già condannato per mafia, reduce dal soggiorno obbligato e in quel momento agli arresti domiciliari, col quale parlava di appalti e assunzioni, dandogli del tu. In lista c’è anche Genovese, sindaco di Messina, titolare di un discreto conflitto d’interessi riconosciuto anche da Violante (”la nuova legge sul conflitto d’interessi dovrà valere non solo per Berlusconi, ma naturalmente anche per il sindaco di Messina”). Genovese infatti è socio della ditta di traghetti che di fatto ha il monopolio dei trasporti dal porto messinese a quello di Salerno ditta che ha come socia di maggioranza la famiglia Franza, tant’è che Genovese è stato ribattezzato “Franz-antonio”). E qualche mese fa aveva proposto di imporre un ticket agli automobilisti e ai camionisti di passaggio: ottima scelta ambientalista, se non fosse che il sindaco promotore del ticket e l’esattore delegato a riscuoterlo potrebbero essere la stessa persona: l’ottimo Franz-Antonio, in società -si capisce- coi Franza.

Quanto a Cardinale, essendo un veterano del Parlamento, ha ceduto il passo alla figlia Daniela: per lui il seggio è ereditario.

Nelle liste siciliane del Pd trovano posto anche Nuccio Cusumano, arrestato nel ’99 a Catania per concorso esterno in associazione mafiosa a proposito degli appalti truccati dell’ospedale Garibaldi: poi è stato assolto per la prima accusa, mentre la seconda è caduta in prescrizione. Uno dirà: niente condanna, dunque candidatura. Ma allora come si spiega la presenza, nelle stesse liste siciliane, del margherito Enzo Carra, condannato a 1 anno e 4 mesi per false dichiarazioni al pool di Milano, praticamente per aver tentato di depistare le indagini sulla maxitangente Enimont?

Non si era detto: niente condannati, nemmeno in primo grado? O si vuole forse sostenere che mentire sotto giuramento alla Giustizia non sia un reato grave?

Bill Clinton, per aver mentito sotto giuramento al Gran Giurì sulla sua fedeltà matrimoniale e non in veste di testimone, ma di indagato rischiò di giocarsi la presidenza. Completa il quadro dei sicuri rieletti in Sicilia Luigi Cocilovo (assolto da una mazzetta da 350 milioni di lire solo perché era cambiata la legge e le dichiarazioni del suo accusatore non potevano più essere usate contro di lui, ma solo contro il suo corruttore, regolarmente condannato per averlo corrotto). Tutte scelte difficili da spiegare, soprattutto se si pensa che non è stato ricandidato Beppe Lumia, vicepresidente dell’Antimafia, che da anni vive sotto scorta per le minacce dei clan.

E nemmeno un altro simbolo delle battaglie per la legalità come Nando Dalla Chiesa. Il leader della Confindustria Ivan Lo Bello, in prima linea contro il racket, ha subito protestato. E quando la politica prende lezioni di antimafia dalla Confindustria…