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I servi del premier ai tempi di Raiset.

bandanaScrive Il Giornale che fu di Montanelli e adesso è di Giordano:

Nessun reato di corruzione compiuto da Silvio Berlusconi e da Agostino Saccà. Chiede l’archiviazione la Procura di Roma per il caso nato dalle intercettazioni del 2007, poi finite sulla stampa, delle telefonate tra il premier e il dirigente Rai per le segnalazioni di alcune starlette. Per i pm Sergio Colaiocco e Angelantonio Racanelli i due non avevano nulla da scambiare, anche in virtù «di un rapporto interpersonale risalente nel tempo», che consentiva al Cavaliere di fare segnalazioni «senza promettere o ottenere nulla in cambio». Dunque, non si può parlare di «accordo corruttivo». Anche perché Saccà non rivestiva la qualifica di «incaricato di pubblico servizio».

Insomma, non c’è un corruzione, perchè il rapporto tra Saccà e Berlusconi era tale da” consentire al Cavaliere di chiedere senza avere nulla in cambio”

In pratica il rapporto tra un servo e un padrone.

Il padrone della Rai, del Paese,  di Mediaset.

Insomma, Saccà, dirigente Rai, non era incaricato di un pubblico servizio.

Concordo, impossibile parlare di Rai come servizio pubblico, in queste condizioni.

Tutt’al più si può parlare di feudo privato.

I magistrati escludono ogni profilo penale, dicono che si tratta tutt’al più di malcostume.

Ma questo Il Giornale che fu di Montanelli e ora è di Giordano non ce lo dice.

Pare brutto fare sapere ai lettori che il premier si comporta male.

Trattamento diverso il Giornale che fu di Montanelli e ora è di Giordano ha riservato a Di Pietro: anche per lui erano emerse situazioni penalmente irrilevanti, ma moralmente dubbie.

Su quelle vicende però il Giornale è andato avanti per un mese con articoli in prima pagina.

La lista dei servi del premier è molto lunga.

Saccà si consoli.

Lui è solo il primo a ricevere questa definizione da un giudice.

Saccà ancora salvo!( bravo, ha scelto il padrone giusto!)

Ancora una volta la maggioranza di centrodestra della RAI ha lasciato la riunione al momento del voto sulla rimozione del direttore di Rai Fiction Agostino Saccà proposta dal direttore generale Claudio Cappon, facendo mancare così il numero legale.

Oggi in consiglio erano presenti tutti i consiglieri tranne Gennaro Malgieri, con Alessandro Curzi e Angelo Maria Petroni in videocollegamento, ma quando il dg ha proposto nuovamente la rimozione di Saccà Giuliano Urbani, Giovanni Bianchi Clerici e Marco Staderini hanno lasciato la riunione.

Ancora una volta, nonostante le prove schiaccianti dell’infedeltà di un dirigente della propria azienda, nonostante il via libera del tribunale che ha riconosciuto la leggittimità di un intervento dell’Azienda, dei manager prigionieri di una fazione politica politica votano a comando, come se fossero dei pupi in mano a l Padrone, salvando il dirigente Infedele non dal licenziamento ( che ampliamente meriterebbe!) ma da una semplice ricollocazione.

La scorrettezza, la vischiosità dei comportamenti, se messe al servizio di un potente che è veramente tale, finiscono per pagare sempre.

Bravo Saccà! Ha scelto bene il padrone al quale legare le sue sorti.

Tanto basta per essere un Highlander.

Moralisti vil razza dannata….Povero Saccà, in fondo che ha fatto?

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Agostino Saccà, a capo di uno dei settori nevralgici dell’azienda televisiva pubblica, ha parlato ripetutamente dei suoi progetti con il proprietario dell’azienda concorrente.

In qualsiasi Azienda questo episodio sarebbe più che sufficiente per deciderne il licenziamento in tronco.

Invece…

Invito a leggere l’articolo di Michele Serra di oggi su Repubblica.

Parla del vuoto morale che ormai spinge buona parte del paese a considerare normali le cose ripugnanti, parla del conflitto di interessi, definito padre di tutti gli arbitrii, del ruolo di supplenza morale che ormai ha di fatto assunto, impropriamente secondo alcuni, la magistratura.

Descrive un paese ormai incapace di decidere, insicuro di sè, rassegnato.

L’etica in appalto

di MICHELE SERRA

DEI MILLE “casi” italiani, pochi come quello dell’alto dirigente Rai Agostino Saccà ci aiutano a capire lo spaventoso carico di lavoro che la nostra comunità, per sua ormai conclamata inettitudine etica, ha scaricato sulle spalle della magistratura.

Convogliando nell’eterna lite “sulla giustizia” questioni la cui soluzione avrebbe dovuto e potuto precedere, e di molto, il loro acido e limaccioso sbocco giudiziario: di qui (anche) l’abnorme peso che il dibattito sulla giustizia ha via via assunto, fino a (quasi) soffocare tutto il resto.

Questa volta è toccato al pretore del Lavoro occuparsi di un contenzioso che, di suo, non presenta soverchi misteri. Saccà, a capo di uno dei settori nevralgici dell’azienda televisiva pubblica, ha parlato ripetutamente dei suoi progetti con il proprietario dell’azienda concorrente.

Trattando questioni vuoi infime vuoi importanti, e comunque tali, per loro natura, da non potere essere oggetto di colloquio con il competitore industriale.

Tanto basterebbe a qualunque azienda, in qualunque Paese dove il mercato ha qualche regola e una sua anche lasca moralità interna, per essere costretta ad allontanare il suo dirigente colto in così grave fallo.

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Di più: tanto dovrebbe bastare a quel dirigente per considerare inappellabilmente tradita la fiducia dell’azienda, deontologicamente illecito il suo comportamento, urgenti seppure dolorose le sue dimissioni.

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Invece…

Si è lungamente discusso delle riconosciute capacità professionali di Saccà: come se c’entrassero qualcosa. Lo si è difeso oppure attaccato a seconda della sua collocazione politica: come se c’entrasse qualcosa. Si è discettato su toni e esiti dei colloqui con Berlusconi: come se c’entrassero qualcosa.

E mano a mano che la vicenda sprofondava nel suo ambiguo, causidico contesto (la Rai, il suo assoggettamento ai politici, il conflitto di interessi), è andata via via sfumando, come sempre più spesso capita, la sostanza del contendere: può un dirigente dell’azienda X trattare di cose aziendali con il proprietario dell’azienda Y (per giunta presidente del Consiglio: ma questa, nel caso in questione, è solo una grottesca variante)? Se la risposta è no, il caso è drasticamente chiuso. Ma la risposta, evidentemente, non è stata no, o perlomeno non lo è stata per tutti. Neanche in Rai, dove Saccà ha molti e loquaci difensori, di ogni parte politica.
La risposta, per dirla tutta, manca.

Manca nelle coscienze di molti.

Manca nelle abitudini e nei costumi del cosiddetto Palazzo (dove si tratta con tutti e su tutto, senza che mai echeggi la salvifica frase “mi scusi, ma di queste cose non posso parlare con lei”).

Manca nel costume sociale, dove il favore, l’amicizia, la protezione, la raccomandazione sono da tempo la solida prassi che supplisce al totale relativismo della teoria.

E manca, evidentemente, anche la domanda: questo comportamento è lecito o illecito? È giusto o sbagliato? Tecnicamente, questo e solo questo è l’etica: domandarsi se un atto, specie se compiuto da noi stessi, è giusto o sbagliato.

Poiché questo genere di domande precede la nascita del caso giudiziario, e magari lo disinnesca prima che esploda, è facile capire che il gigantesco viluppo di carte bollate, cause, procedimenti, ricorsi che ammorba il paese, è causato dalla quasi totale assenza di quel sano, utilissimo momento pre-giudiziario che è l’etica. E se nessuno osa sperare di vivere in una comunità semi-santificata, nella quale la magistratura debba intervenire solo in rari e gravissimi casi, tutti dobbiamo però sentirci atterriti dalla spaventosa, crescente “giudiziarizzazione” di tutto ciò che giace irrisolto a causa della impressionante assenza di un’etica condivisa, di domande e risposte che surclassino, nella coscienza collettiva, le opinioni politiche, e perfino le sentenze della magistratura.

Tanto è vero che metà del Paese vive nell’attesa messianica, e giustamente frustrata, di una qualche carta da bollo che arrivi a decapitare il padre di tutti gli arbitrii, che è il conflitto di interessi.

E l’altra metà è convinta che le carte della giustizia siano solo una subdola, sordida arma politica. A tanto si può arrivare quando il corpo sociale nel suo complesso non possiede più un giudizio proprio sulle cose pubbliche e pure private (vedasi i sorrisetti compiaciuti che fanno corona al disgustoso casting di amichette-attricette).

È in fondo a questo vuoto morale, è al termine di questa mancata tutela di se stessi e dei propri atti, che il giudice, di ogni ordine e grado, si ritrova così spesso nel poco salubre, poco sereno ruolo del supplente morale e peggio del fiancheggiatore politico, quasi spodestato della sua rassicurante aura tecnica, della sua professione di interprete delle leggi, per finire scaraventato in una faida che, partendo dal cuore politico del Paese, sta risalendo anzi è già risalito fino alle venuzze periferiche del favore sessuale, del maneggio professionale, dell’inciucio aziendale.

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Agostino Saccà è un eccellente dirigente televisivo.

Ma ha gravemente sbagliato.

Ora questo errore, come tante altre cose, è diventato trafila giudiziaria, guerra di ricorsi, duello di sentenze. Cioè non è più un errore. È un oggetto giuridico, è materia che la nostra collettività non è più in grado di maneggiare con qualche serenità, con qualche buon senso. È una domanda, è una risposta che sono state appaltate alla magistratura come ennesimo segno di impotenza a fare da noi, a regolarci tra noi.

Povero il Paese che non è capace di risolvere più niente, decidere più niente, e soprattutto giudicare più niente fuori dalle aule di giustizia.

Dialogo sul declino del paese tra un berlusconiano e “un non so” .

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Riporto qui alcuni stralci di una conversazione telematica scambiata in questi giorni con un blogger di opposte tendenze politiche ( lui è un berlusconiano ed io … un non so).

Il tema è quello delle intercettazioni Rai- Mediaset.

Berlusconiano :

Che palle, ancora una volta invece di occuparmi di quello che stanno facendo il governo, il Popolo Della Libertà e Berlusconi per tentare di risolvere i gravi problemi di noi tutti e di questo ex bel paese sono costretto a scrivere di ciarpame mediatico e spazzatura giudiziaria.

Non so:

Da come si accalora Silvio- e da come ti accalori tu- non sembra che la questione sia così irrilevante per il Nostro.

Berlusconiano:

Quale accaloramento? Poi non lo so,ma uno che telefona per raccomandare un attricetta scosciata come è di prassi in RAI ti pare che possa interessare più di tanto l’opinione pubblica visto che tutti sanno li dentro come funziona?
Non è stato il primo e non sarà certamente l’ultimo, è una tipica prassi italiana e gli italiani si identificano in Berlusconi,tutto torna.

Non so:

Tutto torna, hai ragione tu. E’ per questo che siamo un paese in declino. Il merito? Chissenefrega, la prassi italiana è un’altra, identifichiamoci in Berlusconi.Anzi, meglio. Identificarsi in Berlusconi è un atto di superbia, identifichiamoci piuttosto in Saccà e nel suo rivoltante e tremulo servilismo. Diamo del lei, lecchiamo i piedi, le mani e anche qualcos’altro, al monarca che ci consegna la lista della spesa, dandoci del tu, come si fa con gli inferiori.

( alle prossime puntate…)

Le ossessioni di Silvio: la gnocca e la spallata.

Le avete ascoltate le intercettazioni riguardanti Silvio Berlusconi pubblicate dall’Espresso?

Le trovate qui

Cosa ne viene fuori? Un omettino abitato da due ossessioni: la gnocca, come direbbe Vittorio Feltri, e la spallata.

Sulla spallata niente da dire.

Chi fa opposizione ovviamente lo fa per andare al posto di chi sta al governo, ci aspetteremmo solo che le cose avvenissero alla luce del sole.

Non c’è niente di male neanche ad essere dei patiti della gnocca.

Peccato che non si addica a chi vuol passare alla storia come un grande statista.
Ho ascoltato quelle intercettazioni nel sito dell’Espresso e, in effetti, sono ciarpame mediatico.


Ma almeno lì c’è un supporto…magnetico: Silvio c’è, ognuno si può fare un’idea del contesto e della situazione ascoltando la sua viva voce, mentre riceve le leccate di piedi di tutti ( patetico Saccà) e mentre confida la sua ossessione di dare una spallata al governo e segnala attrici di mezza tacca.
Quando il suo giornale attaccava Prodi ogni giorno dando credito al cazzaro di professione Igor Marini, dietro a quegli attacchi c’era il nulla.
E vogliamo parlare di quando Belpietro ha divulgato la foto di Sircana?

“E’ la stampa, bellezza”, diceva Humphrey Bogart nei panni del giornalista nel film “L’ultima minaccia”.

Chi di ciarpame ferisce, di ciarpame perisce.